Unplugged [3] di Elena Vesnaver

Man Ray

 

Corè, distruttrice della mediocrità

Sono una di quelle persone fortunate che proprio per il fatto di vivere incastrate in questo nord est talvolta problematico, ma, vivaddio, quasi mai noioso, possono svegliarsi una domenica mattina, decidere di andare a Venezia e arrivarci con un’oretta di treno.

Decisamente pigra e tiepida di fronte alle bellezze naturali, sono instancabile quando si tratta di percorrere corridoi di musei, o ammirare città d’arte, ne sono testimoni le otto ore di Louvre e le sette del D’Orsay, le infinite camminate fra le pietre di Rodi e Creta; Venezia si presta alle mie incursioni mordi e fuggi perché, oltre a essere una città bellissima e fuori di testa, presenta per me alcune notevoli attrattive.

Un museo archeologico interessantissimo, intanto, per non parlare della Galleria dell’Accademia, dove annego ogni volta nella rutilante bellezza della Cena a casa di Levi del Veronese, per poi restare ore, incantata e felice, davanti a La Tempesta del Giorgione, quadro che amo visceralmente e per ragioni a me sconosciute.

L’ultima volta che sono stata a Venezia era ottobre e troppo tempo è passato, devo riparare. Comunque, era ottobre e a Palazzo Fortuny c’era la Divina Marchesa.

Già Palazzo Fortuny meriterebbe il viaggio, tanto è traboccante di tali tesori che la grotta di Alì Babà gli fa un baffo, ma se alla sua sfarzosa meraviglia si aggiunge una mostra su Luisa Casati, ossessivamente monotematica, che ti sciorina davanti agli occhi lei e sempre lei, nelle foto, nei ritratti, nei vestiti, i gioielli, le manie, i carteggi con il Vate, lei, l’opera d’arte vivente, quella che incontrò Man Ray nella sua solita tenuta da casa, occhi bistrati e diversi metri di pitone vivo, la Musa e la Divina, bè, il viaggio si fa obbligo.

La vedi talmente tante volte, la Luisa, che finisci per chiederti chi sia veramente, se la dama mondana in veli diafani e penne di pavone di Boldini, o la Medusa anoressica di Romaine Brooks, forse la rossa ingioiellata di Kees Van Dogen, o l’imperatrice Sissi di Man Ray.

Non so per gli altri, ma per me, la Marchesa autentica è nelle lettere di D’Annunzio, nelle pazzie che faceva per stupirlo e per essergli sempre presente e viva nella mente, per non smettere mai di essere quella distruttrice della mediocrità di cui lui favoleggiava. È nella statuina di cera vestita di pizzi neri, funebre, morbosa e bellissima, effigie quasi voodoo che lei voleva donare al suo poeta.

Per lei, sicuramente, la vera Luisa è fermata nella famosa foto di Man Ray, quella con tre paia di occhi e che lui voleva buttare e lei salvò. Avete fotografato la mia anima, gli disse e credo sia vero.

Ed è vera e reale e consapevole anche negli ultimi scatti rubati da Cecil Beaton dove, ormai vecchia e segnata dal tempo e da una vita sperperata, nasconde il suo viso con la mano guantata di pizzo.

“Occhi lenti di giaguaro che digerisce al sole la gabbia d’acciaio divorata”, scrisse di lei Marinetti e credo che la Marchesa abbia apprezzato.

Fuori, Venezia brillava nel pieno di un ottobre dorato e caldo.

C’era tempo, mi ricordo, ancora tempo per la Basilica dei Frari e poi bighellonare e saziarsi ancora di un po’ di bellezza.

© Elena Vesnaver, 2015

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