Unplugged [9] di Elena Vesnaver

Undercurrent di Mona Hatoum

Corps étranger

I primi sintomi si sono manifestati a Venezia, a giugno, quando due amici francesi ci hanno portato a Punta della Dogana a vedere Slip of the tongue, mostra di arte contemporanea che più contemporanea non si può, che mi ha fatto impazzire per sei sale prima di cominciare a capire qualcosa e che alla fine mi ha conquistato completamente.
Ripeto, i primi sintomi sono iniziati lì e sono stati confermati alcuni giorni fa a Parigi, al Centre Pompidou e ormai il mio felice deragliamento verso l’arte contemporanea, proprio quella che più contemporanea non si può, è una certezza.
Intanto, il Centre Pompidou, vero monumento al coraggio, perché ce ne vuole tanto per buttare giù un intero quartiere e sulle sue rovine costruire questa meraviglia sfrontata di tubi, vetri, scale mobili, imponente, colorata, che non puoi far finta di non vedere e poi crearci dentro un microcosmo dotato di biblioteca, cinema, sale convegni, parco giochi che ti fa rimpiangere di non avere più sei anni e una libreria che ti fa rendere grazie. Per poi arrivare al museo.
E continua a volerci coraggio, anche lì, per mettere insieme ironici e sognanti Chagall, gli studietti di Suzanne Valadon, il nudo blu di Matisse, Picasso, la scarpa di Gala, le filiformi creature di Giacometti, il Balthus più conturbante e sessualmente eccitante che io abbia mai visto e un Rothko in nero e rosso che c’è mancato un soffio che non mi ci inginocchiassi davanti e baciassi la terra. Ce ne vuole ancora, poi, per accompagnare il visitatore verso le avanguardie, per arrivare a un Basquiat del 1982 (litigata con il coniuge) e al ragno enorme di acciaio e sabbia di Petrit Halilaj (ho evitato di mostrarglielo) e attraverso queste, arrivare alla mostra temporanea. No, al Centre Pompidou pare che non si finisca mai di vedere, pensare, imparare, capire.
Mostra temporanea che mi ha fatto scoprire il mondo di Mona Hatoum, palestinese nata a Beirut nel 1952, profuga sradicata, ben cosciente della provvisorietà, senza patria, perché tante è come non averne nessuna, radici tagliate che continuano a fare male.
L’esposizione comincia piano, quasi ti pare che non sia tutta questa gran cosa, poi succede qualcosa, noti qualcosa, una delle opere comincia a parlarti e tu comprendi e non ti stacchi più. Il mio Caronte, l’opera che mi ha fatto passare il fiume dell’illuminazione, è stata Keffieh, il tradizionale fazzoletto arabo in bianco e nero, con aggiunti veri capelli, che spingono la superficie della stoffa, che spuntano dai bordi, a simboleggiare un dolore e una desolazione che turba. Da quel momento in poi la mostra è diventata nostra e ci siamo emozionati, commossi, arrabbiati, ci siamo lasciati portare via da installazioni in ferro, mappe mondiali in biglie di vetro, dall’eterno girare di due lame che continuano a disegnare linee sulla sabbia per poi cancellarle, eternamente.
Oltre i finestroni enormi, Parigi che alle otto di sera è ancora piena di luce e sole, dentro ci sono ancora io, distesa per terra insieme ad altri figuri, per fotografare meglio Undercurrent (red).
Io e il Centre Pompidou stiamo bene insieme, fra corpi estranei ci si intende.

© Elena Vesnaver, 2015

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