Unplugged [8] di elena Vesnaver

Robert Doisneau

Robert Doisneau

IL BUIO DI UNA STORIA

Non voglio scrivere, scalpitò lo Scrittore, le mie parole non dicono niente, sono nebbia, sono fumo, soffi di fiato, bolle di sapone, cerchi sull’acqua. Parole, sputò.
Spinse via dal tavolo i fogli zeppi di frasi e quelli scivolarono con un fruscìo gentile sul pavimento; si alzò in piedi arrabbiato, perché ho consumato la vita con delle sciocche parole? Meglio una passeggiata lungo il fiume e lo faccio subito, ecco.
Lo Scrittore camminò a grandi passi verso la porta, pestando le pagine sparse che protestarono offese e le vicende di una conchiglia dei desideri, sperduta nei grandi mari della notte e stropicciata dalle suole delle sue scarpe.
Fuori l’aria era calda e la luce gli fece sbattere le palpebre. Pensò di raccontare dei raggi del sole, di come si attorcigliano ai rami e intrecciano tessuti che solo a pochi è dato vedere, ma già, lui non scriveva più e si chinò per bere alla fontana.
L’acqua fresca gli scivolò in gola e lo Scrittore socchiuse gli occhi beato; quando li riaprì vide un passero dalla testa scura che giocava in una pozzanghera schizzando in giro con il becco piccole gocciole come di rugiada o diamanti.
Questa è una bella storia da narrare, del piccolo passero e delle sue piccole gioie, ma io non scrivo più, ci pensi un altro. Solo che lì non c’era nessuno, che peccato.
Sospirò seccato e prese la bicicletta.
Andò e andò, poi cominciò a fischiettare. La strada che aveva deciso di seguire era stretta e piena di svolte e bianca, di qua e di là la segala si muoveva, un mare verde, una seta di ballerina indiana. Che bella novella, pensò fermandosi, il piede sul pedale, la testa dove nascono i racconti, gli occhi a cercare le macchie sanguigne dei papaveri; ma io non scrivo, non può farlo lei? Il contadino alzò per un momento lo sguardo sbalordito, scosse la testa e ricominciò a falciare.
Lo Scrittore spallucciò e riprese a pedalare.
– Ciao, Scrittore.
La Desolata stava ferma sotto al sole e sembrava che la luce non la toccasse e sembrava che il caldo non la volesse e sembrava che niente, niente di niente, potesse nemmeno sfiorare le braccia lunghe, il corpo magro, gli occhi tristi.
– Buon giorno.
Lo Scrittore sorrise e si ricordò che doveva fare attenzione, perché la Desolata era senza pelle ed era così facile farle del male.
– Io devo capire, sai, devo capire.
Lo Scrittore continuò a sorridere, ma si sentiva impacciato e goffo, le mani troppo grandi, i piedi ingombranti che schiacciano cuori e margherite.
– Hai visto che bel sole? – tentò – Vieni a passeggiare con me.
– Devo capire, cercare. Devo sapere.
– Conosco un posto bello, adesso ci sono le ciliegie.
– Gli ho detto, fai quello che vuoi, ero tanto stanca.
– E le albicocche, forse. Posso cercare le more per te, le porti a casa.
La Desolata scosse il capo e lasciò scappare un sospiro pieno di dolore e desiderio.
Non è facile, pensò lo Scrittore, no, non lo è.
Come si fa se il tuo Amato si è stretto una corda attorno al collo e si è lasciato andare? Come si fa a vivere?
– Devo sapere – la Desolata si asciugò una lacrima, l’ultima di tante.
La vita, però, qualche volta ti tiene stretto, come un cane affamato il suo osso e ti obbliga a esistere, anche se ogni respiro è un colpo di frusta. Stupenda la vita, ragionò la Scrittore.
Poi vide la rosa, gialla, anzi, dorata, sola e preziosa in mezzo al vigneto.
E cominciò a raccontare.
Di come la rosa nacque per portare luce e di come poté farlo solo dopo fatiche e trabocchetti; dei mostri che vollero fermarla e non ci riuscirono, delle parole bugiarde che provarono a sporcarla, degli sguardi cattivi che desiderarono non vederla. Ma la rosa gialla riuscì a portare la luce, perché anche nella storia più buia si vede una briciola di luce, magari piccola, come una rosa in un vigneto.
La Desolata batté le mani felice.
– Ancora – disse.
Lo Scrittore si mise a ridere e si asciugò una lacrima, la prima dopo tanto tempo.
Da quel giorno riprese a scrivere.
Di conchiglie, mari in tempesta, bambini perduti. Di lanterne, baci e canditi. Di notti senza stelle, stelle senza notti, giorni senza sole e animali in frac che andavano a teatro.
Scriveva.
E sapeva che la Desolata leggeva le sue storie e che era felice almeno per il tempo, ahimè così breve, che dura un racconto.

© Elena Vesnaver, 2015

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