Unplugged [5] di Elena Vesnaver

Portrait of Vladimir Mayakovsky, di Rodchenko

DELL’AMORE, DELLA RIVOLUZIONE

La mia passione per Majakovskij inizia con un furto.
Immaginate una me a quattordici anni, la cosa più simile a una di quelle ragazzine che ora si definiscono sfigate, solo che non me ne accorgevo e comunque non me ne importava e il trucco sta tutto lì, frequentatrice, da brava sfigata, della biblioteca scolastica, che dopo essersi spazzolata tutto Shakespeare e tutto Garcia Lorca, sente il bisogno di qualcosa di diverso e al quel punto, tra un volume grigio e l’altro, folgorazione. Una copertina, bianca e gialla, futurista, anche se non lo sapevo ancora e il nome dell’autore che non mi diceva nulla. Però.
Me lo sono bevuto in un pomeriggio, quel libro e al momento di restituirlo, è stato come abbandonare un pezzo di cuore e allora misi a punto un furto di cui non mi ricordo assolutamente i particolari, ma c’entrava lo scambio di alcune schede, credo e che venne, prima della fine dell’anno scolastico, perpetrato con notevole destrezza. Noi ragazzette sfigate, in verità, siamo le più pericolose.
Ho letto tutto, del mio poeta, ho accettato tutto, anche le sue opere teatrali ormai irrimediabilmente datate, ma io sono un’innamorata cieca e ai difetti trovo sempre delle valide scuse e magari non sarò più una ragazzina sfigata, ma Vladimir è Vladimir e da lui mi è nato l’amore per tutto quello che è Russia.
Per cui, come potevo non andare alla mostra allestita a Villa Manin, dove, vicino alle avanguardie pittoriche, c’è una sezione dedicata a Rodčenko e a me le foto di Rodčenko fanno impazzire?
Breve inciso sulla pittura sperimentale russa del primo ‘900.
Non ci arrivo. Cioè, dopo un po’ capisco dove vuole arrivare, ma mi lascia tiepida e questa cosa mi dà fastidio, per cui non ne parliamo più.
Ma quando si arriva nella sezione dedicata alla fotografia di Rodčenko, oh signore, allora sì.
Architetture sbanalizzate, piani estremi, ombre, linee, luce, il costruttivismo sovietico che diventa magia e poesia e poi i ritratti, della madre, della figlia, di Varvara, Lilja Brick che urla felice la rivoluzione, pensosa al tavolo di cucina, fra i bicchieri di vodka, le tazzine del caffè e gli sguardi golosi del suo poeta. Sempre stata un po’ gelosa di Lilja Brick.
Una stanza, una stanza intera è dedicata a Majakovskij, alle copertine dei suoi libri che l’amico fotografo creò per lui, agli scatti intensi, a quelli che non ti aspetti, perché chi l’ha mai visto Vladimir in maniche di camicia, l’eterna sigaretta in bilico fra le labbra, mentre sorride contento e tiene in braccio il suo cagnolino Skotik, delizioso cagnetto nero che sembra sentirsi perfettamente a suo agio con quell’uomo dagli occhi scuri che arrivano all’anima, quel poeta che mescola amore, rivoluzione, Lili e comunismo.
Quell’uomo che ti punta lo sguardo addosso e non ti lascia scampo, mentre lui se ne sta seduto, rilassato, su una sedia qualunque, il cappello in mano e quasi ti viene da chiedergli se non verrebbe a far quattro passi con te e ti piacerebbe sentire la ruvidezza del suo abito elegante sotto la mano. Quel poeta dalla bella bocca e dal grande naso che nel taschino di quell’abito che vorresti toccare, tiene due penne e una matita. Eccitante. Molto.

L’amore
non è paradiso terrestre,
a noi
l’amore
annunzia ronzando
che di nuovo
è stato messo in marcia
il motore
raffreddato del cuore.

© Elena Vesnaver

1 Comment

  1. AnnaMariaBonavoglia Rispondi

    Tu al guinzaglio porti i nostri cuori, e noi cerchiamo di afferrare un quieto lampo, un guizzo, un ‘invenzione. Un profumo d’antico.
    É l’ unico modo che abbiamo per poter sbirciare in questo tuo mondo di incanti ed innamoramenti totali.
    E accucciati sotto la panchina, ai nostri cuori va bene cosí.

Leave a Reply