Unplugged [2] di Elena Vesnaver

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La rivoluzione di Severin

Non vado molto spesso al cinema, lo confesso, per pigrizia, per cui non ci sono scuse che tengano e quelle rare volte che ci vado, mi riprometto di fare lo sforzo e andarci più spesso, perché a me il cinema piace da morire, fin da quando ci andavo con mia mamma e mi mangiavo il popcorn e le caramelle, tassativamente al limone. Invece ci vado poco.

Finisce che i film me li vedo su Sky che, va bene, non è la stessa cosa, ma da quando ci siamo presi il televisore con lo schermo che abbonda di pollici, tanto male non è. Tutto questo per dire che io, Venere in pelliccia, me lo sono visto a casa, con un bicchiere di vino e il coniuge.

Intanto a me Polanski piace, mi piacciono i suoi seppiati colori mitteleuropei, la sua ironia malinconica e tagliente, mi piacciono le storie che sceglie di raccontare, sempre, vagamente, leggermente, che quasi non te ne accorgi, disturbanti e questo film in particolare me lo sono goduto tutto. E anche il vino, onestamente.

Mi sarebbe già bastato l’inizio, per essere felice, un lungo volo sui boulevard di Parigi, grigi e affogati in una di quelle piogge che non danno scampo, per poi finire oltre la soglia di un teatro un po’ squallido, come lo sono sempre i teatri, tra uno spettacolo e l’altro, polverosi, freddi e squallidi.

E poi Wanda e Severin.

Alla fine mi è venuta voglia di rileggere il libro, anche se sarebbe più corretto dire leggere, visto che la prima volta che ho approcciato Leopold Sacher-Masoch avevo quattordici anni e non posso dire di averci capito molto, soprattutto non mi capacitavo che quella roba potesse definirsi eccitante, per cui direi che sì, è stata una prima lettura.

A cinquant’anni suonati il libro mi è immensamente piaciuto. Scritto in punta di cesello, un’atmosfera austriacante e decadente da fine di un impero, mai un istante di noia, mai una caduta di stile ed eccitante, oh sì, molto eccitante.

Ripensandoci dopo e analizzando quello che avevo letto (lo faccio sempre, deformazione professionale), ho fatto una scoperta divertente: Venere in pelliccia ha una struttura che diventerà, negli anni, uno standard dei romanzi rosa.

Abbiamo un soggetto che, per ragioni diverse, amore, soldi, necessità di protezione, nel libro di Sacher-Masoch per un gioco intellettuale e morboso, si assoggetta a un’altra persona e ne subisce tutti i capricci, anche i più crudeli. Fra i due, però, oltre a una forte attrazione sessuale, cresce un sentimento amoroso che porterà all’inevitabile lieto fine.

Però Sacher-Masoch, non solo costruisce un finale perfettamente tiepido per bilanciare le fiamme dell’inferno che hanno bruciato le pagine precedenti, lui ribalta i ruoli, mette Severin a tremare e vibrare sotto la frusta di Wanda e non il contrario, è lui a morire d’amore mentre lei gli pianta i tacchi delle scarpette nel cuore, è Severin a godere nella sofferenza, fisica e psicologica, mentre Wanda, perfetta e fredda Dea, forse lo ama quel tanto di cui è capace. Una rivoluzione. E pensare che si era nel 1870.

Divagazioni. Capita, quando si vede un bel film e si legge un buon libro.

Però, devo dire che ora, ogni volta che tiro su la zip dei miei stivali con il tacco alto, bè, un po’ dominatrix…

Tranquilli, sto sorridendo.

©Elena Vesnaver, 2015

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