Unplugged [13] di Elena Vesnaver

in foto: Moira Orfei

Moira Orfei in Signore e signori di Pietro Germi (1966)

CIELO DI PAILETTES

E tutto perché è morta Moira Orfei.
Chi ci pensava che mi avrebbe scatenato una marea di ricordi, tutti insieme, tutti pieni di bello, di quel bello che se ci pensi un po’ più forte, ti metti a piangere e tutto per colpa della Moira, che ancora me la rivedo quando entrava in pista, i capelli a turbante, il trucco da burlesque, il mantello che si trascinava dietro un cielo intero di paillettes.
E rivedo me, bambina magra e occhialina, che se lo beveva tutto quel pomeriggio al circo, la fuga più meravigliosa dalla realtà che io abbia mai vissuto.
Diciamocelo, ero fortunata.
Mio papà insegnava nella scuola di un quartiere di periferia, di quei posti un po’ così, disagiati, dove la campagna viene soffocata dalle case popolari e la città è a mezz’ora di autobus; uno di quei quartieri dove gli zingari fermavano i carrozzoni in certi periodi, dove arrivava il luna park e il circo tirava su il tendone. Ero fortunata perché andavo nella stessa scuola e gli zingari li avevo in classe e ho imparato a non fare differenze, a parte quelle normali, tu mi stai simpatico, tu no, tu forse.
Ero fortunata perché mio padre tornava a casa pieno di gettoni di giostre e io mi son fatta spanciate di ruote panoramiche, case degli orrori, fin la donna cannone mi son vista, che la cartolina firmata da qualche parte ancora ce l’ho, come lo yo-yo luminoso vinto alla pesca miracolosa.
E poi il circo. Oh, il circo.
Eccomi, sono ancora lì, seduta sulla panca di legno, il più delle volte, raramente sulle poltroncine di platea che mi piacevano meno, perché da più alto vedevi tutto, abbracciavi tutto, trapezisti e clown, giocolieri e domatori e mi ubriacavo di costumi, colori, odori.
L’odore del circo era qualcosa di particolare, che non si poteva sentire da nessuna altra parte, solo lì. Segatura, adrenalina, paura, sudore, animali, un mix esplosivo che mi ricordava le mie letture salgariane e ogni tigre diventava una nemica di Sandokan, mentre ogni acrobata si cambiava in principessa o in fata e avrei voluto essere io, tutte. Dopo il circo ho fatto sempre sogni bellissimi e ora che ci penso, scribacchiato le prime, goffe storie e dei temi che la maestra non capiva da dove mi arrivavano certe idee.
E tutto perché è morta la Moira. Che ho visto con gli elefanti.
Sì, c’erano gli animali in quel circo lì e ne possiamo parlare, ne possiamo discutere, ora, che non sono più una bambina che dell’animalismo se ne faceva allegramente un baffo, ma quello era il circo e non so se ha ragione di esistere o meno, so solo che era il circo e che il circo, per me, è quello e basta. Con le piste, la segatura, la tensione che si taglia col coltello, il rischio, ecco, il rischio e forse era quello che speziava l’aria, che rendeva l’odore ancora più speciale.
Deve essere per questo che il Cirque du Soleil, con la sua patinata perfezione, senza ardimento e senza sbavature, mi annoia da morire.
Quel circo, quello che piaceva a me, è il regno dei principi straccioni, della precarietà, della provvisorietà, delle radici strappate che non hanno nemmeno più desiderio di ficcarsi nella terra; è la patria dei fuori schema, degli acrobati che sbagliano a camminare nella vita, ma mai quando camminano sulla corda, dei disprezzati, dei senza casa e dei senza storia.
Quel circo che, a pensarci, un po’ mi assomiglia, anche se non sono diventata una di quelle regine vestite di stelle, ma soltanto una che le sa raccontare.
Eh, la Moira, cosa mi ha combinato.

© Elena Vesnaver, 2015

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