Unplugged [12] di Elena Vesnaver

donnasola

PERCHÉ‘ NOI CI CREDEVAMO

Non c’è niente come un trasloco per mettere alla prova l’attaccamento alle proprie cose. Si arriva al punto che hai talmente poca voglia di impaccare tutto, che preferisci privarti anche di quello che fino al giorno prima sembrava legato a doppio filo con la tua esistenza e questo vale per tutto, vestiti, soprammobili, i bicchieri con i fiori dipinti a mano, tanto di cattivo gusto ma carini e libri, anche i libri. Un trasloco insegna a sfrondare, questo va bene, questo no, di questo che me ne faccio che non mi ricordavo neppure di averlo.
Della, chiamiamola potatura, non mi sono mai pentita.
Fermo restando che i libri non si buttano, ma si regalano, che le biblioteche se arrivi con una carriolata di libri storcono il naso e cominciano a erudirti sulle teorie di biblioteconomia, il mio mezzo furgone di libri l’ho al Charlie, che fa i mercatini e che poi mi ha detto che sono andati come il pane. Son soddisfazioni.
Alcuni libri, però, restano. I primi a essere impaccati, spaccati e sistemati nella libreria nuova, i Dickens, i Simenon, i tragici greci, Proust, figuriamoci, Flaubert, i vecchi romanzi d’amore, i gialli giusti, Jack Vance, che io fantascienza non ne leggo quasi più, ma Vance è imprescindibile, Balzac, insomma, cose così.
Poi ce ne sono altri quattro o cinque che tengo con me e non per particolari meriti artistici.
Quello che non mi abbandona da trentasette anni è Una donna tutta sola, di tale Carol De Chellis Hill e non è neppure una storia originale, ma, come dicono gli inglesi, a novelization of screenplay, che sarebbe come dire, prendere la sceneggiatura di un film e farne un romanzo, praticamente il contrario di quello che succede di solito.
Diciamoci la verità, la Carol non scrive benissimo, butta un po’ le cose alla cavolo, ma ha la fortuna di lavorare sulla sceneggiatura di Paul Mazursky, uno che sa rendere solida una trama e prima del libro è arrivato il film, molto bello, per cui tu leggi, ti ricordi il film e tutto fila liscio.
Il film credo sia uno di quelli che ho più amato e meno visto.
Lo avevano trasmesso su Rai3, forse una sera d’estate del 1978, all’interno di una serie di pellicole dedicate alle donne e lo vidi insieme a mia madre.
La storia è quella di Erica, una Jill Clayburgh assolutamente favolosa, che, dopo diciassette anni di matrimonio perfetto, si ritrova davanti un marito che le chiede il divorzio.
Erica vede crollare il suo mondo dorato e deve cominciare a fare i conti, forse per la prima volta, con la vita reale.
È un film molto ricco, che spiattella senza paura le difficoltà di una donna sola, perché l’indipendenza può essere faticosa, necessaria e faticosa, a partire dal rapporto difficile con la figlia che, in barba a tutte le teorie femministe, incolpa la madre del divorzio.
In fondo è un film corale, anche se Erica ne è la protagonista indiscussa, ma attorno a lei gravita un’umanità nevrotica, alla ricerca di risposte e certezze, fatta di donne caustiche, divertenti e fragili, più qualche maschio sciovinista e a uno di questi, comunque, si deve una delle battute migliori del film.
«Voglio dire, nella vita c’è il lavoro, c’è il cibo e c’è il sesso. Al di fuori di questo non c’è altro, non te ne rendi conto?». Grande.
È un film dalla parte delle donne, di quelli come non se ne fanno più, forse perché siamo convinte di esserci riuscite, di avercela fatta, di averla raggiunta la libertà e la parità. La parità, che oggi pare quasi una brutta parola.
Sarebbe meglio che ci svegliassimo, perché credo che non abbiamo raggiunto niente. Abbiamo perso, sorelle mie, credo proprio che abbiamo perso. Abbiamo perso perché non siamo state attente, perché abbiamo detto che non serviva essere cattive e decise, che si poteva discutere, ci siamo adagiate sulle prime vittorie e abbiamo pensato che la rivoluzione sarebbe continuata da sola, naturalmente.
Abbiamo perso, perché noi ci credevamo, ma le ragazze, oggi, prendono tutto per scontato e non si accorgono che basta un niente per tornare indietro, abbiamo perso perché quando ribatto a una battuta sessista, mi viene detto che non capisco l’ironia.
Abbiamo perso, perché ci ammazzano nella più totale indifferenza e le più indifferenti siamo noi.
Abbiamo perso, perché continuiamo a portarci dietro la maledetta vocazione al martirio e ci intestardiamo a chiamarla Amore. Con la A maiuscola, mi raccomando.
Abbiamo perso, perché noi ci credevamo e io vorrei capire quando abbiamo smesso di crederci.
Quando.
Sì, mi piacerebbe saperlo.

© Elena Vesnaver, 2015

Leave a Reply