Unplugged [11] di Elena Vesnaver

foto di Elena Vesnaver

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IL PROFUMO DEL GIGLIO DI MARE

Questa volta arrivare a Rodi è stato come tornare a casa.
Io, di case, ne ho diverse sparse un po’ in giro. Una, quella dove vivo, a San Vito al Tagliamento, defilata, tranquilla e provinciale; una è Trieste, la mia culla, la mia infanzia, dove ho iniziato a essere quella che sono; un’altra è l’Istria, la terra di mia madre, l’odore delle mie vacanze di bambina; una casa è Parigi, metropoli multietnica dove ti mescoli facilmente, stimolo continuo per la mente, bellezza, sfida intellettuale, che mi si appiccica addosso e non se ne va per un anno intero. E poi c’è Rodi. Rodi è casa, dove ho lo stesso respiro del suo vento e dove sorrido con più facilità.
Rodi è il mare, è le pietre ancora vive, è il passo degli Dei, è l’Acropoli di Lindos, alta e severa, è Kamiros, dove ti sembra di vedere ancora gli abitanti entrare e uscire dalle case, dove Atena Kamira guarda ancora benigna la sua città. È la gente simpatica, che sa vivere con felice semplicità.
Terza volta che arrivo a Rodi in una qualsiasi settimana di settembre e l’isola mi stupisce sempre, ha sempre da parte qualcosa di nuovo per me, anche sulle vie battute già tante volte e che ormai sono quasi un pellegrinaggio di affetti.
Come giovedì mattina.
Tappa obbligata all’Acquario, dove mi diverto come una bambina, passeggiata lungo la spiaggia, visita al Grande Albergo delle Rose, incantevole esempio di architettura del 1929, poderoso ed elegante allo stesso tempo e che, quando me ne vado, è l’ultima visione che mi regalo dal finestrino dell’aereo.
Nei due anni precedenti, questo giro terminava puntualmente davanti al cancello chiuso del vecchio cimitero turco, dove mi ci appiccicavo, cercando di vedere il più in là possibile sotto l’ombra degli alberi, per raggiungere il bianco delle tombe e i mausolei che si intravvedono qua e là.
Sì, ho un debole per i cimiteri, venite con me a Père Lachaise e vedrete come sono contenta.
Comunque, il cimitero turco è sempre stato lì, intoccabile e misterioso.
Ci sono passata davanti senza speranza, questa volta e ho trovato il cancello aperto. Un miracolo, un regalo.
La prima cosa che colpisce, è il silenzio. Un silenzio fondo, morbido, antico, anche perché si cammina sulla corteccia degli eucalipti, enormi, che se ne liberano proprio come fanno i serpenti della vecchia pelle. Poi le pietre tombali, strane, bianche, decorate, in un disordine solo apparente, a gruppi alcune, isolate altre e alla fine, la sorpresa più grande, proprio quei mausolei che mi avevano tanto attirato in questi anni, dove sono entrata con timore, attenta a non disturbare, dove ho visto una meraviglia di ornamenti policromi, spade, fiori, alberi, arabeschi di oro sbiadito.
Per uscire, siamo passati attraverso un cortile mosaicato in bianco e nero. Vicino alla moschea e al minareto, sotto alla pergola di una casa modesta e imbiancata a calce, i due anziani custodi avevano appena finito di bere il caffè e li ho riconosciuti.
Quella mattina, sulla spiaggia, avevo visto una coppia, lei che raccoglieva un gran mazzo di gigli di mare, lui le chiocciole che la pioggia della notte aveva fatto uscire.
Ora le chiocciole stavano in un catino, sotto l’acqua corrente e il mazzo di fiori in un mausoleo che si apre sul cortile. La donna ci ha sorriso, mentre il profumo dei fiori, caldo e forte, si spandeva su tutto. Siamo usciti da una porta stretta, fra case minuscole e ci siamo trovati in faccia al mare, ma il profumo ci ha seguito, tenace e magico.
Ancora adesso, che sono qui, nel mio studio, se chiudo gli occhi e aspetto, lo risento.

© Elena Vesnaver, 2015

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