Unplugged [10] di Elena Vesnaver

Joan Fontaine e Laurence Olivier

LA SIGNORA DAPHNE SA COME SI FA

Il mio primo incontro con Rebecca è stato cinematografico e decisamente glorioso. In altro modo non potrei definire il film di Hichcock, bianco e nero preciso che prelude a chissà quali tragedie, la faccetta pulita di Joan Fontaine, lo sguardo tormentato di Laurence Olivier, più aristocratico che mai e Judith Anderson, una sig.ra Danvers ipnotica e morbosa, pronipote di tutte le baba jaga, con la sua volontà a far conoscere alla giovane sposa ogni particolare della vita della prima signora de Winter. Più saprai, prima invecchierai. E morirai. Le baba jaga lo sanno bene.
Il primo approccio, come dire, su carta, invece è arrivato con un altro libro cupo e tossico della Daphne, Mia cugina Rachele, storia intrisa di passione e menzogne, di quelle che non hanno la possibilità di finir bene e che trascina chi legge in un vortice velenoso che non si risolve neppure nell’ultima pagina.
Presa dalla febbre Du Maurier e dalla mia passione per i vecchi libri vissuti, possibilmente con firma, dedica, data, qualunque cosa che mi permetta di farmi un film sul vecchio proprietario, ho ravanato mercatini sia virtuali che fisici e ho trovato praticamente tutto quello che si può trovare della produzione di Daphne.
Qui apro uno dei miei soliti incisi.
Io sono un’amante del digitale, il mio ereader è uno degli oggetti più cari che ho, leggo praticamente su qualunque tipo di supporto e del profumo della carta non so che farmene, ma davanti ai libri vecchi con la dedica, mi arrendo.
Fine di uno dei miei soliti incisi.
Con la signora non ti annoi mai, un libro non è mai uguale all’altro; possiamo scegliere un solido romanzo storico, se ci va, come Il calice di Vandea o Il generale del re, possiamo deliziarci con le avventure di una cortigiana realmente esistita, leggendo quel gioiellino che è Sua bellezza Mary Anne, o buttarci in una storia di pirati e contrabbandieri che ti pare debba arrivare da un momento all’altro Billy Bones, con Taverna alla Giamaica Il mio preferito resta, comunque, I parassiti, cinematografico, ironico, una perfetta tragedia di famiglia.
E Rebecca. Naturalmente.
Ci ho messo un po’ a leggerlo, avevo paura che il libro mi rovinasse il film, che è abbastanza insolito, ma Hichcock faceva miracoli, per cui può succedere.
Il mio Rebecca è del 1967 e non ha dediche, ma una firma. Stella. Una firma larga e tutta inclinata, con una esse non proprio sobria. Sono ancora qui che mi chiedo cosa faceva Stella nel 1967, oltre a leggere.
Qui la Daphne dà il meglio di sé, che altro dire?
Imbastisce, sfruttando una paura tutta femminile, uterina, una storia claustrofobica, soffocante, una storia piena di morte e putrefazione, con il puzzo che arriva addosso pagina dopo pagina.
Perché morta è Rebecca, la prima moglie, morta e sepolta come la sua moralità, morto nell’animo è Max de Winter, morta è la signora Danvers, strangolata dalla sua fedeltà ossessiva che sfiora la passione omosessuale; morta è Manderley, labirinto senza uscita, dove anche le piante impestano e sono impestate, morta è l’umanità inutile che affolla le feste, i pranzi, le gite.
Vivo è il mare, presenza che disturba e infastidisce. Viva è la seconda sposa, viva e vibrante come la sua paura.
Già, la paura, quella paura lì, sapete, quella che non ascoltiamo per giorni, settimane, mesi, quella di cui ridiamo perché siamo certe, sicure, che il nostro uomo non ha mai avuto una donna migliore di noi, figuriamoci e quelle prima, per carità, niente adatte, ma noi sì, noi sì, dove ne trova una meglio, chi se lo prende. Figuriamoci.
È quella paura lì, che arriva di notte e nasce dalla pancia, come un bambino cattivo e non voluto, perché non sappiamo quello che lui faceva, prima, come si comportava con quelle prima di noi e lo vorremmo sapere e cerchiamo gli indizi e non ci piace, non ci piace per nulla, ma ci sentiamo inadeguate. Quella paura lì, avete capito?
Poi arriva il giorno e possiamo tornare a mostrarci donne forti. Paura? Quale, paura?

Leave a Reply