Unplugged [1] di Elena Vesnaver

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Eduard Limonov

Zapoj

Tutto è cominciato con Parigi, con la Dida e Parigi. Parigi ha scatenato la mia già bulimica fame di musei, la Dida, che legge bei libri, mi ha sventolato sotto al naso Limonov di Emmanuel Carrère. Resisto poco ai libri, molto poco.
Poi c’è stata Parigi e Limonov è rimasto a casa. Avevo un appuntamento con gli Impressionisti, con la Nike di Samotracia e con Proust, dovevo mettermi a piangere davanti a Van Gogh, cosa che è puntualmente successa, dovevo un sacco di roba ed Eduard Limonov, lo intuivo, si sarebbe rivelato una presenza ingombrante e impegnativa.
Ho cominciato a leggere appena tornata, fra gli ultimi sbrendoli di un’estate deludente e piovosa, ho continuato a Rodi, di notte, dopo giornate passate sotto il sole, quello giusto ed era ora e in mezzo a siti e acropoli, a nuotare nella baia di San Paolo, dove basta girare lo sguardo per vedere, in alto, contro l’azzurro, le colonne del tempio di Atena. E se di giorno mi abbuffavo di bellezza, di notte mi ubriacavo di Limonov.
Abbiamo fatto zapoj, Edička e io, bevendo fino allo sfinimento, non vodka, ma parole, sul balcone, ascoltando la vita della strada e gustando vino rosso.
Ma cosa avrà quest’uomo. Me lo sono chiesta dalla terza pagina e ho continuato a chiedermelo ancora per altre cinquanta, poi ho lasciato perdere e ho deciso di godermi il viaggio.
Ma cosa avrà quest’uomo, me lo chiedo ora, cosa avrà questo russo sempre dalla parte sbagliata, sbagliata almeno per noi europei, egocentrico, smargiasso e sì, quello sì, decisamente sexy, pericoloso, sgradevole e senza troppi scrupoli.
Intanto è russo, mi sono detta e a noi, appiccicati al confine orientale, l’est dell’Europa ci intriga, ci sembra quasi più casa nostra della madre patria; poi Carrère scrive bene, benissimo, con una leggerezza che non è mai superficialità e nemmeno distacco, perché, come a me, Limonov gli piace, prova per lui l’innocua invidia del primo della classe verso il Franti di turno, che avrà di certo una vita scombinata e sbagliata, ma molto più divertente. Poi c’è Parigi, tanta e quel filo invisibile che la lega alla Russia, non la Francia, Parigi.
È un romantico, Ed e anche questo ti strega, ama le sue donne fino in fondo e senza scampo e non riesce, non può capire perché loro lo lascino, come si fa a lasciare uno come lui? Spaccone, sì, ma pronto ad arrivare all’autodistruzione quando Tanja, la moglie amatissima, lo abbandona e lui decide di annullarsi. Allora è zapoj, zapoj totale, una settimana di cui lui, che ricorda tutto, non ricorda nulla.
Ma, comunque, cosa avrà quest’uomo.
Scrive da dio, ecco cos’ha. Da bastardo egocentrico scrive di lui e soltanto di lui, però scrive da dio.
Libro dell’acqua mi ha conquistata subito con tutte i suoi mari, fiumi, oceani, vasche, fontane, piscine e in mezzo sempre lui, Eduard che scrive dal carcere e si chiede se la sua giovane compagna lo aspetterà e fa il cinico, troppo bella, ma ci spera, ha detto che mi ama. Fragile, allora, quest’uomo sbagliato che sa scrivere e che mi intenerisce e mi esaspera, come in tutte le storie d’amore.
Un giorno, un’amica gentile gli disse che il criterio per valutare se una persona sia di successo o meno, poteva anche essere l’amore, una famiglia, una vita tranquilla e armoniosa.
Naturalmente lui ribatté che non era d’accordo, che una vita familiare tranquilla e armoniosa, i piaceri semplici, il giardinetto coltivato, non sono altro che le autogiustificazioni dei falliti.
Disturbante, arrogante e scomodo. Ogni tanto ci ripenso.

© Elena Vesnaver

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