Uno scatto, una vita [9] di Sabrina Peron

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LA MIA PRIMA COMUNIONE

In una famiglia che è un crocevia di comunisti atei (e taciturni) e socialisti agnostici (ma gran bestemmiatori), fantastico arrembaggi con i pirati della Malesia, ascolto il richiamo della foresta, navigo ventimila leghe sotto i mari e viaggio, viaggio fino al centro della terra.
O meglio, fino a quando quella pettegola antipatica della Susi, con gli occhiali a fondo di bottiglia e le tasche piene di confetti, mi sventola sotto il naso la foto della sua Prima Comunione: un tripudio di fiori, velo di tulle, mani giunte e sguardo adorante (del “Sacro Cuore di Gesù” mi spiega con aria di chi la sa lunga).
Non c’è tempo da perdere. Con un’enorme Bibbia per ragazzi (regalo incauto di una zia un po’ Messalina) e un piccolo Vangelo dalla copertina blu elettrico con sopra l’effige di Gesù che ammonisce “Io sono via verità e vita” (dono della maestra un po’ beghina con mire di condono di qualche anno di purgatorio), prego, sgrano rosari, faccio fioretti, mi confesso. Il tutto per raggiungere l’agognata meta: la Prima Comunione. E la foto. Da sventolare sotto il naso della Susi.
Tra lo sconcerto dei familiari (“Ah xio cán, ma cossa gàla ‘sta tòseta”, borbotta mio padre), progetto confetti, bomboniere, vestito bianco di tulle e l’immancabile foto. A mani giunte e sguardo adorante, anch’io, del Sacro Cuore. La foto, da mostrare alla Susi, che intanto chiede perfida: “Ma com’è che tu la prima comunione non l’hai ancora fatta?”.
“Ah xio càn la Prima Comunione no ostrega!”.  Impreca mio padre.
E allora… à la guerre comme à la guerre. Raddoppio preghiere, giaculatorie, canti di Allelùia! Allelùia!
¡Hasta la victoria!
Mio padre capitola: “Ah xio càn basta, va ben, va ben”.
Ma, arriva il niet da comitato centrale di mia madre: “Niet confetti, niet veli, niet, niet e, soprattutto, vestito semplice… da suora!”. “E la foto?”.  “La foto sì. Ma la farà papá! Il caso è chiuso”.
Accetto il martirio e la mia fede rimane salda. Rimane salda anche quando a officiare la messa della comunione arriva il Vescovo da Vicenza (il Vescovo! da Vicenza! sussurrano le suore alla maestra commossa). Vescovo che deve aver preso accordi con il Padre eterno per farla durare un’eternità questa messa, mentre le scarpe (bianche! bellissime!) mi torturano i piedi come stivaletti malesi e l’elastico del velo da suora inesorabile piano piano mi sega il collo e dietro le orecchie. Resisto, resisto a tutte le tentazioni di togliere scarpe e velo e obbedisco, obbedisco ai comandi di inginocchiata, seduta, in piedi, ancora inginocchiata, fino all’amen finale. Andate in pace. A casa! Finalmente!
Mio padre armeggia serio con macchina fotografica, io sono pronta sguardo languido stile Susi e attendo. Ma alle spalle a tradimento sopraggiunge mio fratello, mi prende il braccio e tira e tira: “Basta, vieni andiamo a giocare”. Io non riesco a fare a meno di ridere. Mio padre scatta. Ecco finito.
“Ma come? E le mani giunte? E lo sguardo adorante?”. “Ah no xio càn ora basta co ‘ste monate”.
Ecco questa è la foto della mia Prima Comunione: mio fratello mi tira per il braccio e io rido. Mio padre è soddisfatto (“Bèa foto ciò, xio cánon”) e la Susi chiede melliflua: “Ma la foto della prima comunione non te l’hanno fatta?”. Io fingo di non sentire e mi concentro nella ricerca di quadrifogli nel prato (quella quatro òci do stanghete magna rospi e cavaléte de la Susi ne ha già raccolti un mazzolino).

© Sabrina Peron, 2016

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