Uno scatto, una vita [5] di Rita Lopez

ritapiccola

Il cortile di casa mia, assolato per quindici ore al giorno, con le lenzuola di un bianco accecante stese bene in alto, che quando passavi vicino, odoravano di lavanda.
Ci correvo in mezzo con la mia macchina a pedali e mi nascondevo alla vista delle donne che in un angolo, all’ombra, preparavano la salsa di pomodori.
Navigavo in mezzo alla foresta di lenzuola bianche, inspirando forte l’odore di lavanda e poi, a sprazzi, quello della legna che bruciava e dei pomodori che venivano passati pazientemente a mano.
Navigavo con gli occhi sgranati sulla nuvola di vapore bollente che saliva dal calderone nero di fumo, attorniato dalle donne della mia famiglia che, con i loro grembiuli sporchi di rosso cremisi, parlavano ad alta voce e ridevano, come le streghe buone di una fiaba.
Il sorriso di mamma era il più bello, con i suoi denti bianchi e forti.
Ero nel mezzo di un regno incantato.
“Lass stà l rnzèl!” (Non toccare le lenzuola!)
Facevo finta di non ascoltarle.
Esattamente nel mezzo di un regno incantato.
Solcavo le acque con la mia macchina a pedali, in un mare di velieri bianchi.
“Mo avàst! Vin dò. Stà a fascje nu casìn!” (Ora basta, vieni qui. Stai combinando un guaio!)
Con l’aria imbronciata scendevo dalla mia macchina a pedali, l’afferravo per una estremità, e mi nascondevo all’angolo del cortile, più attaccata possibile al muro, quasi a voler scomparire.
E all’improvviso, dall’intrico di velieri bianchi e profumati di lavanda, sbucava papà con la sua Olympus nuova di zecca, avvolta nella custodia di cuoio.
Mi guardava.
Rideva.
Mi scattava una foto.

© Rita Lopez, 2106uno scatto una vita

Leave a Reply