Uno scatto, una vita [4] di Caterina F.

io e gattolina

Io e gattolina

Ci presentiamo. Queste siamo io e gattolina la notte di Capodanno 2007. Ci guardiamo e lei ha incredibilmente gli occhi aperti. Le tenevo la mano come sempre e le facevo le ultime raccomandazioni prima di andare via: Cerca di non ballare con sconosciuti, non bere troppo, e – per favore – sopravvivi fino a domani. Lei mi ascoltava, mi stringeva il dito con la solita forza che mi bloccava la circolazione, e le cantavo la ninna nanna: vai Conan, sulla terra c’è ancora il sole… salta i pericoli vola tra gli alberi corri insieme a noi… oltre gli ostacoli per tutti gli uomini liberi… contro i nemici non perderti… non fermarti mai. Tra oltre gli ostacoli e non fermarti mai arrivavano le lacrime serali, il voto quotidiano al dio Sofferenza, alla fine di una giornata di lotta sfiancante, in cui avevo nell’ordine: scartavetrato le palle a tutti i medici e gli infermieri del reparto; letto di nascosto le cartelle di gattolina perché nella mia testa mi nascondevano qualcosa; esaurito le buste di cipster di tutti i distributori dell’ospedale e – come sempre – piantonato l’ufficio del primario senza essere ricevuta. Dunque, vorrei ben dire che alla fine mi concedevo due lacrime. Il giorno dopo, di nuovo in trincea, a portare avanti la battaglia per togliere i bambini dalle incubatrici e metterli sul petto della mamma, si chiama – udite udite – marsupioterapia. Solo che da noi non si poteva fare, non era proprio possibile, non ci sono le strutture, comunque signora noi abbiamo il numero di decessi più basso di tutte le terapie intensive neonatali italiane. E secondo te questo dovrebbe consolarmi? Se gattolina decide di entrare in statistica io non l’avrò tenuta in braccio una volta in vita mia. Dopo 33 giorni di saturazione e ninna nanne, mi dicono: signora probabilmente nel fine settimana la leviamo dalla culla termica, vada a comprare le tutine. Tremo di gioia, letteralmente, e mi scaravento da Prènatal a cercare le microtutine per bambini prematuri, che non entrano nemmeno nella classificazione delle taglie, infatti le chiamano 00, come la farina. Mentre esco emozionata con la busta, incontro una mamma vicina di incubatrice, e mi dice: “Hanno tolto tua figlia dalla culla”.
“No, ti sbagli, la tolgono forse nel fine settimana.”
“No, no, ti garantisco che hanno tolto tua figlia.”
E così ho fatto tre chilometri in salita di corsa, così veloce che non ne avete mai visto, sono scivolata sulle scale due volte e sono arrivata in reparto in stato debitamente confusionale. Gattolina era là, su un lettino d’acciaio, con una tutina troppo grande arrotolata nelle maniche, un cappellino troppo grande che le ricadeva sugli occhi, addormentata sotto un vecchio plaid celeste degli anni ’70. E durante le otto ore consecutive in cui l’ho tenuta in braccio, nemmeno una lacrima. Finalmente nata. Isabella, ce l’abbiamo fatta…estigazzi.

© Caterina F., 2016

uno scatto una vita

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