Uno scatto, una vita [2] di Fabio Assumma

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Ciao, questo sono io Fabio, alla tenera età di…pochi mesi. Era il 1977 e i miei genitori, incuranti degli effetti catastrofici che il rivedermi in codesta posa avrebbe potuto avere sulla mia salute mentale da adulto, decisero di scattare questa foto mentre stavo facendo qualcosa che non sarei più stato in grado di fare per il resto della mia vita. E no, non sto parlando del vestirmi come un tacchino (grazie mamma), ma dell’incrociare gli occhi. Io non so incrociare gli occhi. Io non posso incrociare gli occhi.
Ci posso provare in mille modi non mi riesce. E continuare a dirmi “prova a guardarti la punta del naso” non mi aiuta. Il mio naso è pronunciato, a dir poco, quindi cercare di fissare la punta del naso equivale a fissare l’orizzonte. “E fissa il tuo dito mentre lo avvicini lentamente al naso”. Lo avvicino fino a un certo punto, lo seguo, poi i miei occhi si fermano e ritornano indietro come tirati da una molla.
Sono comunque sopravvissuto alla cosa e sono sano di mente, forse, non so…beh, diciamo la verità, non del tutto. Uno che decide di fare ingegneria non può essere completamente sano di mente. Comunque dicevo che sono andato oltre la faccenda e, mentre i miei compagni di scuola incrociavano felici gli occhi in compagnia, io imparavo a muovere le narici ad esempio. Ho anche imparato a fare il saluto di Mork, nano nano, e quello di Spock quando dice “lunga vita e prosperità”. Non sono cose facili e son sicuro che voi che leggete non ne siete tutti in grado. Ma quello che mi riesce meglio, quello che ho imparato a fare bene dopo allenamento, sudore e applicazione, oltre a fare l’elicottero col pisello ovviamente, è alzare gli alluci dei piedi tenendo ferme le altre dita. A cosa serve? A niente, se non a pizzicare le cosce di mia moglie sotto le coperte. Ma anche incrociare gli occhi non serve a niente vero?
E allora perché scattare una foto così? Perché immortalare quel momento?
Perché quella tuta bianca fatta a maglia, abbondante, che sembra mi abbiano gonfiato col compressore? Perché? A pensarci bene è perché lì ero già io, credo.
Io che mi metto in un angolo solo, seduto e osservo.
Io che faccio una cosa nuova e, una volta fatta, la metto in un cassetto. E lì rimane.
Io che ho bisogno di fare sempre cose diverse perché “Paganini non ripete”, come chiosava spesso mio suocero buonanima.
Io.
Per la tuta da tacchino, invece, non ho ancora trovato una giustificazione.

©Fabrio Assumma, 2016

uno scatto una vita

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