Tìtola [1] di Gea Polonio

Voci di corridoio

Erano solo voci di corridoio, ma incrociando i dati scoprì che erano vere. Quattro su quattro, in otto mesi. Ridevano tutti, dicevano la maledizione della sezione D, dicevano altro che cure per l’infertilità, e ridevano.
Loro ridevano, perché non sapevano cosa volesse dire sentire un fuoco nelle viscere, un fuoco inestinguibile e distruttore. Non sapevano cosa significasse tentare per anni, non conoscevano il dolore atroce della delusione che scorreva col sangue a ogni luna.
Non vedevano la pietà negli sguardi, non sentivano il peso del disprezzo mascherato da comprensione, non capivano che la sbandierata rassegnazione dell’ uomo che le dormiva accanto ogni notte in realtà era solo un goffo tentativo di non farle sentire la sua incompletezza. Che i sospiri di madre e suocera le soffiavano via il cuore ogni giorno. Che l’unico desiderio della sua vita, l’unica cosa che avesse mai voluto veramente, che avesse mai chiesto per sé e sembrava destinato a essere vano stava diventando un’ossessione che le perseguitava sonni e veglie.
Erano solo voci di corridoio, ma ormai era disposta a provare qualunque cosa.
Alle sette del mattino era già in fila davanti all’ufficio per vedere le graduatorie. Alle sette e mezza arrivò una ragazza giovane in jeans e felpa con l’aria sbarazzina che le attaccò un bottone incredibile su quanto questo lavoro fosse per lei solo un ripiego, che sì, lavorare coi bambini era bello e interessante, ma in realtà le serviva solo per imparare sul campo e guadagnare i soldi necessari a viaggiare e pagarsi l’università; aveva altre aspirazioni, voleva diventare psicologa e riuscire a fare veramente la differenza.
Lei ascoltava e taceva, con un buco dalle pareti aspre dentro al cuore.
Alle otto le porte si aprirono, e comparve il magico foglietto: era la seconda. La prima era la ragazza chiacchierona, che disse ok, pare che da domani si lavori, la salutò tutta allegra e si avviò a piedi, passo spedito, lungo la strada.
Lei, le spalle curve, un macigno nel petto, si cercò in tasca le chiavi della macchina che aveva parcheggiato a venti metri, aprì la portiera, entrò, avviò il motore, mise la freccia e partì. In automatico, la testa era altrove. Milioni di pensieri, immagini, rumori le scoppiavano dentro. Non è destino. Nemmeno questa volta. Non ce la farò mai. Attenta, incrocio. Occhio che da dietro quel furgone sta sbucando qualcosa. Qualcuno.
Qualcuno in jeans e felpa.
Il piede fece tutto da solo, premendo sull’acceleratore. Un tonfo e basta. Silenzio. La ragazza sbarazzina era un mucchietto di carne e sangue per terra. Non passava nessuno in quella via secondaria, nessuno urlò, nessuno la vide andarsene senza rallentare.
Andarsene a casa, parcheggiare, salire al suo piano, sedersi ad aspettare la telefonata che, ne era certa, le avrebbe cambiato la vita.
La mattina dopo si presentò in servizio, nella sezione D.
La maestra titolare la accolse con grande sollievo: si trattava di fare da sostegno a una bambina veramente difficile, alla quale i continui cambi di figura di riferimento non avevano fatto bene affatto.
Era in un angolo, la bambina, girata verso il muro, intenta a scarabocchiare su un foglio. La maestra la chiamò, vieni, Maria, vieni a conoscere la tua nuova amica.
La bimba si girò, volto inespressivo, occhi ciechi e penetranti, un buco nero di consapevolezza altra.
Lei si sentì urlare.

© Gea Polonio

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