Tandem [1] con Sandra Giammarruto e Anna Martinenghi

PAROLE AL VENTO

12 giugno 1989

Ciao Marcello,

spesso ti osservo dalla finestra della mia camera.
Oggi non soffia un alito di vento. Tu sei lì, l’unica persona per strada, sul bordo del marciapiede. Seduto in terra, ripari una bicicletta.
Certe volte, quando il cuore mi batte veloce, non per la fatica ma perché ho paura, tappo le orecchie con le mani. Osservo il mondo. Mi sento meglio.
Mia madre e mio fratello si urlano addosso. Gesticolano, non mi vedono nemmeno passare. Poi, lui esce e torna chissà quando. Lei rimane seduta in cucina. Aspira profonde boccate di sigaretta. Quando le dico che le voglio bene mi guarda con gli occhi che luccicano di lacrime. Quando la supplico di non bere sembra che voglia conficcarmeli nella pelle. Dice che sono una bugiarda. La sua voce invece, impastata di tranquillanti e rum, non mente.
Com’è incomprensibile il mondo degli adulti.
Mio fratello ha detto che state per trasferirvi in una nuova città.
Quando ti guardo vedo nei tuoi occhi calore. Lo stesso che aveva mio padre. Ma, al contrario di lui, non sembri triste.
Quando appoggi le mani sull’asfalto, con la bici appena riparata, immagino i suoni che ascolti dentro e che mai potrò udire. Mi piacerebbe se un giorno me ne parlassi.
È l’ora del tramonto. Ti sei voltato. Mi hai salutato con la mano.
Mi mancherai.

Anita

Sono sordo. Lo ero anche venticinque anni fa, quando Anita mi ha scritto la lettera.
Gli altri mi chiamavano “il tonto”, fine della storia. Ma io non finivo lì: il silenzio era solo l’inizio di quel che ero, di ciò che sono. I suoni e la musica non mi sono mancati, come potevano? Non ci ero abituato.
Il mio era un mondo attento, concentrato, in cui valgono tutti gli altri sensi, in cui le parole si leggono sulle labbra, come i baci.

Mamma mi insegnò il linguaggio dei segni, l’aveva imparato da un libro comprato per corrispondenza. Da mio padre imparai ad aggiustare biciclette. Era il suo lavoro; è la mia passione. La mia infanzia è stata questo: silenzio, biciclette, mamma e papà. Non avevo amici, non ne volevo. Perché avrei dovuto? Mi bastavano le biciclette, che erano rotte, come me. Fine della storia.

Anita era la mia vicina di casa. Mi salutava ogni giorno, con la mano. Aveva una Carnielliusata, troppo grande per lei, che suo fratello aveva riverniciato con i colori dell’Inter. Me la portava fin troppo spesso; le ingrassavo la catena e sistemavo i freni. Anita sorrideva, io alzavo le spalle. Fine della storia.

In mezzo il quarto di secolo in cui me ne sono andato, in cui la tecnologia ha sistemato i problemi del mio udito e i miei genitori sono morti.
La lettera era là, nel cestino arrugginito della Carnielli riverniciata con i colori dell’Inter, sepolta da altre biciclette accatastate. La storia non era finita.

Sono tornato in officina. Ho infilato i tappi di cera, volevo tutto il mio silenzio. Ho tagliato e saldato insieme due vecchie Graziella-Carnielli. Le ho riverniciate di un turchese intenso. Il colore degli occhi di Anita, che ora vedono solo ombre.

Sapeva che sarebbe diventata cieca, lo sapeva già allora quando mi sorrideva, quando mi portava la sua bicicletta, quando non l’ascoltavo con gli occhi.
«Sei stanca?»
«No.» risponde la donna toccando la schiena dell’uomo. «Dove siamo?»
«Al fiume.»
«Com’è?» chiede lei strizzando gli occhi.
«Mi sembra ci sia meno acqua, i pioppi invece sono altissimi.»
«Il vecchio mulino?»
«È abbandonato.»
«E la fontana?»
«C’è ancora. Hai sete?»
«Sì.»
«Madame, lei fa la furba, non pedala.»
«Sei tu il capitano, io ascolto il vento.»
«E cosa ti ha detto di così importante?»
«Ha detto… che nessuno ha mai fatto tanto per me, questo ha detto.»
«Spiritoso il vento! Per due vecchi rottami messi insieme.»
«Un po’ come noi», si lascia scappare la donna.
Lui arrossisce.
«Ma noi insieme siamo una squadra.» Cerca di recuperare lui.
«E poi il vento ha detto una cosa anche a me, anche se sono sordo.»
«È un segreto?» Interrompe lei.
«Mi ha detto che nessuno sa leggere parole sulle tue labbra, oltre a me.»
«Nessuno.»
L’uomo la circonda con il braccio e la stringe a sé.
Lei rilassa la testa sulle sue spalle e sorride.
E’ il momento di lasciarli soli, di andare a soffiare altrove.
Muovo le foglie, solo una brezza leggera.
Porto con me le loro parole, in alto nel cielo, perché nessun altro possa sentirle.
Carezzo le guance della donna con un refolo gentile.
Scompiglio i capelli a lui.
Mi hanno ascoltato davvero.
Hanno affidato parole al vento.
Le proteggerò.

© Anna Martinenghi & Sandra Giammarruto

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