Sviaggiatori per un giorno [9] con Laura Monteleone

@foto di Laura Monteleone

© ph L. Monteleone

IL PANE DI ESTHER

Esther sapeva di erbe. In tutti i sensi. Generavano dalle sue mani capaci, attraverso la terra e l’acqua tiepida di sole. Nessuno sapeva come fosse arrivata a Vileri. E nemmeno da dove. Si mormorava che fosse una strega. Gli uomini la temevano come una sventura e se ne sarebbero liberati volentieri. Le donne scoprirono i miracoli che accadevano con le sue erbe e le si affezionarono come a una sorella. La giovane Aldeghi era un’eterna clandestina accanto al suo focolare, incurante del divieto paterno di avvicinarsi alla straniera. Accoccolata davanti al camino, tritava con la perizia di un farmacista le foglie secche dei mirti e dei ginepri. Il pestello di marmo in gara con lo scoppiettio dei ciocchi, soprattutto adesso che gli uomini erano lontani. Costretti a imbracciare un fucile al posto delle zappe e dei rastrelli.
Nella casa di pietra Esther accoglieva col sorriso alla menta e i capelli di fieno dorato, mentre i sensi degli ospiti potevano succhiare con calma il midollo dei prati. Ciuffi di lavande, papaveri e camomille nicchiavano a testa in giù dalle travi del soffitto.
La Aldeghi era diventata donna non appena la prima bomba nemica aveva violentato le campagne intorno a Vileri. Militari tedeschi si erano stanziati nelle vicinanze e molto presto le donne sole di Vileri avevano dovuto fare i conti con la presenza costante di Herr Fuzz, l’ufficiale dagli occhi cerulei che sporgevano come biglie fuori misura dalla sua faccia di cera.
“Odore di ebreo” aveva sibilato la prima volta che aveva messo piede in paese.
“Io troverò”.
Esther fu nascosta nei magazzini ombrosi dietro le stalle e in quelli più oscuri, sotto le radici dei castagni. Le donne indossavano le facce di bronzo e impastavano il pane davanti al tedesco con le camiciole un po’ slacciate un uomo è sempre un uomo, anche con la divisa addosso bisbigliavano all’Aldeghi, che stava attenta a tenere le cosce strette mentre portava i capelli rossi impigliati in un nastro di seta per legare i pensieri di sterminio di Herr Fuzz. Le fette di pane per il tedesco non venivano mai dalla stessa pagnotta che nutriva Esther e i bambini del borgo. Gli aromi delle zuppe, preparati con il sigillo della strega, beffavano di nascosto la volontà di Herr Fuzz. L’ufficiale si stancò di cercare molto prima che il pallore spettrale del lato buio della terra succhiasse via i colori dal volto di Esther.
L’Aldeghi era mia nonna. Questa storia è intrecciata alla mia infanzia come i ramoscelli di un cestino di salice. Sono cresciuto senza potermi scostare dall’ombra rigida dell’ufficiale Fuzz. Di quando in quando, sfogliando una pagina di solitudine, mi sembrava di distinguerne la corona di capelli albini ai margini dei nostri castagni, sull’orizzonte visitato dallo sguardo di Esther o all’osteria affollata dell’Emilio.
Fino al giorno dei funerali. Nonna Aldeghi, curva di anni e di lutto, gettava un pugno di terra e di castagne sull’ultima dimora dell’amica Esther quando un uomo le si pose a fianco. Lo vedemmo omaggiare la bara con un bouquet di erbe e un saluto di calda intimità. Lo osservammo deporre lo sguardo stanco negli occhi dell’Aldeghi. Le rughe di cera contenevano a stento gli occhi celesti sbiaditi, testimoni di ferite orfane di guarigione. L’onda rada di capelli candidi poggiata sulla testa come l’ultima foglia d’autunno. L’Aldeghi sostenne quello sguardo. Un dialogo senza parole così assordante che sentii il bisogno di appoggiarmi le mani sulle orecchie. L’intero paese rimase sospeso. In perfetto equilibrio, sul filo di quel dialogo in cui nessuno avrebbe potuto interferire. L’Aldeghi prese per mano l’uomo del passato e lo portò al forno. Scelse una ruota di pane calda e dorata. L’accarezzò con cura, come per spolverare via la farina in eccesso, e la sistemò in un cartoccio di carta paglia. Questa volta fu il suo turno di fissare gli occhi di bosco nei pensieri del vecchio. Gli porse il pane, con la tenerezza di una levatrice che metta un nuovo nato fra le braccia del padre.
Potrei giurare ancora oggi che le loro labbra si mossero all’unisono, in un’intesa di sorriso generato fuori dal tempo di Vileri, tra le impronte di mani capaci che sapevano di erbe.

© Laura Monteleone, 2016

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