Sviaggiatori per un giorno [7] con Luca Bonisoli

©foto di Luca Bonisoli

©foto di Luca Bonisoli

LA CATENA ROSSA

Freddo e umido, e buio. La sera anticipata dall’autunno della pianura bassa era come al solito faticosa. La nebbia che non voleva uscire fuori, come il merdino dal culo stitico della terra, di questa parte del mondo. Che una volta era nera e grassa,  che bastava darci di schiena e di braccia e la roba veniva su; tanta da sfamare tutti, signori, cittadini, padroni e contadini; i rurali, come ci definiva nel ventennio il Benito della Romagna. Quella terra nera e grassa era lì per essere lavorata da uomini con la testa, i muscoli, le mani e la pazienza che viene a farsi crescere i baffi lunghi. Quella terra lì, ora non c’è più. Quella terra lì cagava tutti gli anni, come il culo di una persona audace e attiva caga tutte le mattine. Ora i culi sono flaccidi. La terra è stitica e per farla cagare ci vuole il fertilizzante; e per farla buttare ci vogliono gli ogiemme. È come se ti dicessero che per cagare devi già mangiare merda, e per farla uscire devi prendere la purga. Io uomini così ai miei tempi li chiamavo, appunto, uomini di merda. E una terra così è una terra di merda.

Comunque l’ho già fatta troppo lunga. Quella sera (di merda) avevo bisogno dei ferri per tirare la catena della bici, che si era smollata. La catena era l’unica roba cinese che avevo comprato per sistemarla. Il telaio e i cerchi erano di una vecchia Legnano del prete che è morto dieci anni fa, e me l’ha lasciata in eredità,  solo perché non interessava alla Curia; sennò manco quella vedevo. L’ho sistemata tutta ed è venuta bene, ma la catena l’ho voluta fare rossa. E, poiché costava troppo, l’ho ordinata online su un sito che vende roba cinese. E ho fatto la cazzata, ma ormai era tardi. Adesso, ogni volta che rimane lì per un po’, ha bisogno di essere tirata. E visto che dovevo andare a una riunione condominiale in paese, volevo usare la bici. Ma i ferri li avevo prestati al mio vicino.

Busso.
Oè, ciao.
Ciao, non voglio disturbarti, ma ho bisogno dei ferri per tirare la catena della bici.
Sono in garage. Se vai giù, lo trovi aperto.
Lasci il garage aperto?
No, è mia moglie che non sa aprirlo. Lo lascio aperto, così lei parcheggia facile. A chiuderlo è capace.
Capito. Dove li trovo?
In fondo, c’è uno scatolone blu. Dentro trovi la tua cassettina.
Grazie, vado.

Giorgio (nome fittizio per non sputtanarlo) era un rurale, figlio di rurali, che si erano arricchiti nel dopoguerra. Fecero un sacco di soldi in nero con la Cassa. Vendettero pezzi di terra che magicamente si erano trasformati in terreno edificabile, diventando ancora più ricchi. Giorgio, figlio cinquantenne del vecchio padrone, non aveva mai fatto un emerito cazzo in tutta la sua vita, eccetto andare a puttane col trattore, e spruzzare anticrittogamici alle manifestazioni del sindacato negli anni settanta. Si era sposato in tarda età, quando i bollori gli erano passati, i capelli tenuti lunghi si erano diradati, le borse sotto gli occhi erano diventate gonfie e viola per via delle ore piccole e del vino, e la pancia si era dilatata. La moglie, una donna bassa e tracagnotta che aveva un bellissimo sorriso, un seno prosperoso e un culo abbondante, era nota per essere donna allegra, vogliosa e assai “sportiva”. Era la Ines, ma anche questo è nome inventato per evitare gli assalti alla diligenza.
Quel giorno, nel garage del Giorgio, cerco la mia cassetta dove mi ha detto, e naturalmente non trovo un cazzo. E’ sempre stato un uomo  inaffidabile, leggero, pieno di soldi e ondivagamente tirchio. Capace che la mia cassetta l’avesse anche buttata via, senza cattiveria, ma per totale insipienza e leggerezza. Magari non si ricordava più di chi fosse o cosa fosse. Fatto sta che comincio a bestemmiare sottovoce e frugo tra gli scatoloni. Ed è stato così che ho notato quella cosa.
Cus’feet?
Alzo la testa e lo vedo con le mani in tasca in fondo al garage.
Sa fò… Cerco la mia cassetta. Dove cazzo l’hai messa?
Ghe mia leè?
La ghe mia. A ghe mia gnanca la scatula blè.
Varda bèn. Te’è vardaà bén?
U bele vardaà, Giorgio. Chì a ghé un casso. A ghé sùl chela roba ché. Stà feét, i giughìn sadomaso, tè?
Avevo preso la sbarra metallica su cui erano legate con due catenelle due cinghie nere borchiate. Erano definitivamente attrezzi da bondage.
Lasa lè.
E si mette a ridere.
Cünta sü, Giurgìn. Ste feét cun la Ines?
E allora, allo stesso modo di quando butta via le cose non sue, racconta la sua storia.
Per giocare avevano preso quell’attrezzatura da metalmeccanica che avevano visto nel film delle Cinquanta Sfumature di Grigio. Quella roba dove si lega la donna ai polsi in alto,  le caviglie in basso e si trova in balìa dell’uomo. La Ines si spoglia, bella tonda, e si lascia legare i polsi. Lui, il cinquantenne un po’ sovrappeso, con la pancia e le gambe secche dello sportivo da divano e la bronchite da fumo, è già nudo. Le lega i polsi,  tira le cinghie. Lei, su scarpe vertiginose, si fa legare le caviglie in basso. E’ tutta tirata, tesa. Lui già pronto dopo la pastiglietta che il suo amico farmacista gli ha dato, si avvicina a lei e decide di prendersela. Ma c’è un problema.
Non ci arriva. L’ha legata troppo alta. Ci arriva solo con la punta del pisello, ma non riesce a prendersela. Lei, tirata e tesa come la corda di un violino non si può nemmeno abbassare di un centimetro. Vacca d’un cane. Lui allora, nudo, si mette a carponi, col culo in su a cercare la manetta per abbassare quell’attrezzatura, ma la Ines è pesante, e il meccanismo è duro. Allora lui si mette in ginocchio e apre il culo per spingere sulla manetta. La Ines comincia a ridere, e non riesce più a smettere. Lui s’incazza e spinge finché non riesce ad abbassare l’asta, con la Ines appesa che ormai ha una crisi di riso. Argh, cazzo! Giorgio grida e si lamenta. Cos’è successo, dice la Ines tra un singhiozzo e l’altro. Il colpo della strega, dice lui. Che non riesce più ad alzarsi, e rimane a culo in su lamentandosi. Lei non riusciva più a slegarsi e a smettere di ridere, tanto che le esce la pipì; che la fa ridere ancora di più. Lui a quattro zampe a culo aperto, immobile, che soffre.
L’è andada acsé.
Giorgio, cazzo. Ma a la tua età?
L’em smuntada al dì dopu. L’em misa chì. T’la vöret?
Giorgio, mi vöri la mia caseta d’li atrezzi!

Quella sera, senza bici, e circondato dalla nebbia che la terra era riuscita a cagare, andai alla riunione di condominio a piedi, bestemmiando contro me stesso, contro Giorgio, la Ines e quella vacca che non se li era portati tutti via il giorno dell’alluvione. Ma questa è un’altra storia.

© Luca Bonisoli, 2015

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