Sviaggiatori per un giorno [4] con Cristiana Stefanelli

La discesa

Scendiamo mano nella mano.
Lentamente.
Respira.
Con calma.
Inspira, espira.
Continuamente.
Non sono brava, sto imparando.
Concentrati.
Due metri.
Inspira, espira, inspira, espira.
L’ossigeno passa dall’erogatore alla bocca, alla trachea, ai polmoni. Dai polmoni alla trachea alla bocca le bolle d’aria salgono in superficie.
Noi scendiamo.
Lentamente.
Con calma.
Inspira, espira.
Compensa.
Stringi le narici sotto la maschera e soffia. Piano.
Prima di avvertire il dolore.
Inspira, espira, compensa.
Quattro metri.
I raggi del sole penetrano l’acqua, scendiamo in un raggio di sole.
Lentamente, inspira, espira, compensa.
Scendiamo.
Il blu è più intenso, la pressione dell’acqua sale.
Inspira, espira, compensa.
Sei metri.
Maggiore profondità, maggiore pressione.
Il rischio aumenta. Che scoppi un timpano, che parta un embolo.
Scendiamo.
Inspira, espira, inspira, espira. Compensa.
Sopra acqua densa, solida.
Sono in assetto. Mi lascia la mano.
Lo seguo.
Inspira, espira. Inspira, espira.
Nessun rumore. Solo, il suono ruvido dell’aria che entra, il ribollire dell’aria che esce.
“Se hai un problema avvisa” mi aveva detto. “Subito. Sott’acqua, non si può aspettare”.
Inspiro, espiro, bolle escono, salgono.
Con la mano stringo le narici sotto la maschera e soffio. Compenso.
Nove metri.
Una pinneggiata, un’altra.
Nel profondo dell’acqua ampia, immensa.
Inspiro, espiro.
Sento un fastidio all’orecchio.
Stringo le narici sotto la maschera, soffio. Provo a compensare.
Calma.
Ancora fastidio.
Inspiro, espiro, soffio di nuovo.
Niente.
Comincia il dolore.
Continuiamo a scendere.
Mi avvicino a lui, ma lui non si volta, non mi vede.
Scendiamo, ho male, compenso, niente.
La bocca stringe l’erogatore, respiro più veloce, l’aria esce, le bolle salgono.
Le orecchie. Ho male.
Guardami! La mente urla, io non ho voce.
Avvicino la mano al suo corpo, lo toccherò, mi guarderà, risaliremo.
Avvicino la mano ma non arriva, la percezione visiva è distorta, gli oggetti sembrano più vicini di quello che sono.
Stiamo scendendo ancora, ho sempre più male, non ho voce, non ho richiami.
Riprovo.
Gli avvicino di nuovo la mano. Ci sono…
Ma il mio corpo ruota su se stesso e si allontana.
Sono maldestra, inesperta, non so muovermi in questo mare denso e scivoloso. Non so gestire questa specie di assenza di gravità, non so chiamare senza emettere suoni.
Le orecchie mi fanno male, mi fanno male.
Compenso.
Niente.
Il timpano scoppierà, ho male.
Lui non mi sente, non mi vede.
Mi porta giù.
Allungo la mano di nuovo. Lo tocco.
Niente. Non si gira.
Colpisco più forte.
Si volta, mi guarda.
La mia bocca è serrata intorno all’erogatore, emette un flusso di bolle bianche.
Ma gli occhi urlano. E i suoi comprendono.
Punto con l’indice il mio orecchio, quindi apro le dita e faccio ruotare su e giù la mano tesa: “l’orecchio non va, non sta bene”. La mano si richiude su se stessa, il pollice verso l’alto: “saliamo”. Lui annuisce, unisce pollice e indice: “ok”; poi di nuovo la mano aperta che spinge verso di me e si allontana: “piano, con calma”.
Mi prende la mano.
Pochi metri di risalita lenta. E subito l’orecchio tace. Non fa più male.
Gli occhi di lui fissi su di me sono domande precise. Rispondo chiudendo pollice e indice della mano sinistra: “ok, a posto”.
Così, ricominciamo a scendere.
Inspiro, espiro, compenso.
Lentamente, inspiro, espiro, compenso.
Va tutto bene. Mi rilasso, sono a mio agio. Fluttuo leggera in un nuovo elemento.
Una stretta alla mano.
Lo guardo. Mi indica qualcosa. I miei occhi seguono la direzione del suo braccio.
Verso di noi, fendendo l’abisso, l’incedere maestoso di una grande tartaruga mi dà il benvenuto nel mondo sommerso.

© Cristiana Stefanelli

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