Sviaggiatori per un giorno [2] con Valentina Frisone

© foto di Valentina Frisone

In viaggio, leggera

All’inizio sono rimasta seduta al tavolino di un bar, in quella piazza bellissima. Tra le mani una tazzina di caffè, nell’attesa che il mal di testa smettesse di martellarmi le tempie, e che si allentasse la presa alla gola di una nuova forma d’ansia: discreta – quasi gentile – ma decisa. Intorno, il rumoreggiare del sabato mattina in una città sconosciuta, il cielo di un blu così intenso da aver paura a guardarlo, e l’aria talmente lieve da accelerarti i movimenti, per assenza di attrito. Ho telefonato ai bambini: avevo bisogno di una strategia, di ritrovare i miei riferimenti, e allontanare quel sottile senso di colpa che con subdola ostinazione tentava di annidarsi nelle retrovie dei pensieri. Poi sono entrata nell’ufficio del turismo e ho preso la mappa col percorso artistico cittadino. L’idea di aggirarmi sola per strade nuove, apparentemente senza un concreto obiettivo da raggiungere, per un attimo mi ha fatto sbandare, e un vago senso di stupidità mi ha avvolta nella sua ragnatela appiccicosa. Anni di funambolica conciliazione tra impegni famigliari e lavorativi portano a questo, credo: praticamente una vertigine. Finalmente, ho iniziato a camminare. Dapprima timida, circospetta. Poi in accelerazione, incalzata dal mio stesso passo, abituato alla fretta da troppo tempo. Le chiese, le piazze, i monumenti. Le strade, la biblioteca, le università. Lo sguardo spostato in continuazione: dalla cartina alle case, dalla gente al cielo, e a ritroso dai tetti alle facce e agli sguardi altrui. Così, senza che me ne accorgessi, è cominciata una danza. E ogni targa sui muri dei palazzi antichi era la mia, miei i cortili e gli androni, i giardini e le panchine. Mio solo mio il tempo, mia la curiosità, mio l’entusiasmo bambino, quasi da commuovermi, da volermi abbracciare da sola, ché mi facevo tenerezza. A ogni passo avrei voluto sempre più condividere quella solitudine, tanto esaltante da gridarla al mondo. Ma l’ho covata in silenzio, così bella, perfetta e diversa dall’altra dai contorni casalinghi e conosciuti, che pure mi fa stare bene. Così nuova. Ormai impudica, tutte le strade mi sono diventate amiche: ero padrona della città. Sono arrivata in anticipo all’appuntamento, ho aspettato seduta sui gradini di un portico, perché la sua ombra proteggesse ancora un poco il mio momento. E mentre già iniziavo a pregustarmi le chiacchiere che di lì a poco avrei spartito con la mia amica, e il cibo, e il vino, ho pensato che un tempo – forse – questa mi sarebbe sembrata una piccola fuga. Ma siccome ho imparato che non c’è nulla da cui fuggire, ho finito per accettare l’idea d’ essermi fatta regalo. E’ stata una mattinata indimenticabile.

© Valentina Frisone

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