Sviaggiatori per un giorno [10] con Valentina Colmi

© ph V.Colmi

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IL MIO CORPO TI PARLA

Io ti odio. Odio tutto di te, non ho voglia neanche di pensare a quanto mi dai fastidio. Mi fanno schifo le tue mani così nodose e vendicative che cercano la mia faccia. Scomparire, ecco quello che vorrei fare, quando sento il tuo corpo appiccicato al mio anche quando non voglio. Il tuo respiro mentre mi scopi non lo voglio ascoltare. Non voglio sentirti mentre ansimi e mi sbatti con sempre maggiore violenza e non mi chiedi niente. Voglio solo che tutto finisca il prima possibile per poi rotolare sul fianco e provare a sprofondare in un sonno senza sogni.
La tua voce è sempre cattiva, ingiusta, e mi chiama puttana. Magari lo fossi, una puttana. O anche una troia, una poco di buono, una che va con tutti, come dici tu. Una che appena volti lo sguardo va con ogni uomo che incontra. Perché almeno ci sarebbe una spiegazione. E invece una spiegazione non c’è. Anzi, per te c’è sempre un motivo per farmi stare peggio. Mi hai rotto il naso e due costole, mi hai allontanato da tutti. Mi hai detto che non valgo niente, senza di te. Che io sono tua. Perché mi ami. E perché io ti amo. “Chi si ama si appartiene” non finisci mai di dire, anche quando mi lasci a terra tumefatta dalle botte, dal tuo volermi bene.
E invece io non ti amo più da tanto tempo. Mi fai ribrezzo, pena. Ma non ho il coraggio di lasciarti, rimango con te e spero che ogni volta sia l’ultima. Attendo di vedere nei tuoi occhi liquidi un po’ di compassione, un po’ di pentimento. Invece vedo solo un pozzo nero, infinito e terribile.
Scappa, mi dico. E dove vado? Chi mi crede? Tu agli occhi del mondo sei una persona rispettabile, normale, persino altruista. Nessuno immagina in che mostro ti trasformi quando entri a casa. Perché io sono tua. E questo lo devono sapere tutti. Io sono il tuo trofeo, la tua bambola rotta. Quando usciamo mi mostri agli altri come una tua creatura, una tua invenzione. Tu sei il mio padrone. Non ho voce, non ho pensieri, non ho volontà senza che tu me ne dia una.
Scappa, mi dico. Ci ho provato tante volte, almeno nella mia testa. Scappa, non voltarti indietro, lascialo. Salvati la vita. Come faccio? Sono tua prigioniera. Tu sai tutto, non ho idea di come fai. Sai quando mi sveglio, quando mangio, quando respiro. Sei tu che tieni il mio guinzaglio. Ti chiedo un favore allora: ammazzami.
Se mi ammazzi è anche meglio. Almeno tutto questo finirà. Tante volte ho provato ad andarmene e che cosa ho ottenuto? Di essere una bugiarda. Di aver esagerato. Di sentirmi dire che sono troppo emotiva. E tutti, tutti ti hanno creduto. Perché? perché è più comodo così. Evitare il problema, seppellire la testa sotto la sabbia, far finta che la violenza non esista. Perché chi ha una laurea, ha studiato, non può picchiare sua moglie. Non può umiliarla fino al punto di farle desiderare di morire. No.
Una volta ci sei quasi riuscito. Eri tornato a casa particolarmente nervoso. Io ero al telefono con un’amica, tu non so cos’hai pensato. Mi hai strappato il cellulare di mano, “Con chi parlavi?” mi hai urlato. “Con Stefania”. “Non è vero. Tu stavi parlando con qualcun altro. Tu mi vuoi prendere per il culo. Tu pensi che io sia un cretino. Ma sei tu che meriti una lezione”. Cosa avevo fatto? Avevo preso una boccata d’aria da quella prigione. Quando uno diventa il tuo carnefice te la costruisce anche confortevole la camera a gas. Istintivamente ho alzato le braccia sperando che non mi riducessi la faccia in poltiglia. Mi hai coperto di calci e pugni fino a quando non potevo più respirare. Ho sentito che mi ero spezzata, ma neanche allora, ti ho denunciato in ospedale. Ho solo detto che volevo dormire. Forse davvero ci tenevo a farla finita. Perché sapevo che in un modo o nell’altro mi avresti trovato e mi avresti ucciso davvero.
A casa ti sei accasciato e ti sei  messo a piangere. Hai preso le mie mani fra le tue e mi hai chiesto scusa. “Ho perso il controllo, non lo farò più. Ti amo”.
Quello che tu chiami amore è delirio totale. E sai cosa mi fa più rabbia? Che io sono stata tua complice. Ma da oggi non più: il mio cadavere parlerà per me. E spero che da solo mi farà giustizia.

© Valentina Colmi, 2016

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