Sviaggiatori per un giorno [1] con Francesco Villari

P.P.T.T. (Possono Prendere il Tuo Turno)

“Buongiorno!”. Non mi rispose nessuno, ma mi hanno insegnato a mettere sempre l’educazione davanti ai musi lunghi. Schiaccio: E0017 Riservato Titolari Conto BancoPosta. Schiaccio: A0142 Servizi Finanziari. La lettera P era per i Servizi Corrispondenza e Pacchi. Schiaccio: P0077, le gambe delle donne, avrebbe detto qualcuno. In realtà non mi servivano gli altri numeri, dovevo soltanto spedire la lettera alla mia fidanzatina. Volevo sorprenderla con quello che mio padre chiama un “gesto da galantuomo”. Quale pazzo spedisce ancora una lettera d’amore scritta di proprio pugno? Io, eccomi. Ero disposto a fare la fila, certo che lo ero, ma non avrei mai immaginato che l’ufficio postale fosse una polveriera.
Umori e pensieri nefasti in attesa di una chiamata. Tasse ed ogni sorta di adempimento fiscale erano le uniche cose a ricordare agli uomini e alle donne in fila di essere parte integrante di quello che in TV definivano Stato. In questo caso lo stato catatonico era l’unica risposta applicata a quella definizione. Almeno fin quando non arrivarono le allucinazioni.
“Mi scusi signorina, come è possibile che la fila della A è sempre la più lenta? Dobbiamo pagare i bollettini, non possiamo aspettare che finiscano di fare le operazioni dell’F24! ma vi rendete conto?”, la signora aveva l’aria di chi ne aveva viste fin troppe di queste giornate.
“Purtroppo il personale è ridotto al minimo”, dissero meccanicamente da dietro lo sportello.
“Chiamatemi il direttore!”
“Il direttore al momento è impegnato.”
“Si è vero, è impegnato con me.” La voce arrivava da labbra scolpite da un rossetto che più rosso non si può, da una bocca sopra un collo coperto da un dolcevita nero sul quale brillava una collana d’oro: “Ho chiesto almeno mezz’ora fa di poter prelevare cinquecento euro e siccome il Postamat fuori non funziona sto aspettando… e aspettando… e aspettando per poter avere i miei soldi. Il direttore è andato a prenderli, o almeno così mi han detto.”
“Da mezz’ora?”
“Da mezz’ora”.
La fila per la corrispondenza procedeva. Ogni volta che alzavo la testa dall’opuscolo qualcuno era andato e qualcun altro ero arrivato, tra numeri che scandiscono la vita che passa incurante del tempo che ci impiega a farlo. Avevo la busta in mano. La passai allo sportello con i settanta centesimi per l’affrancatura. Ma il numero che lampeggiava sul display era il P0076. Il signor Aspettolamiamorteinfilaalleposte mi ammonì e feci un passo indietro per lasciargli il turno, aveva ragione lui. Mi permisi.
“In ogni caso si tratta di una semplice affrancatura, la signorina ci avrebbe messo più o meno dieci seco…”
“No!” mi interruppe guardandomi male. “Dieci secondi o dici secoli le cose giuste sono le cose giuste e quindi come abbiamo fatto tutti aspetterai il tuo turno. Abbiamo tutti da fare e dei furbetti come te ne abbiamo abbastanza.”
La ragazza allo sportello attaccò l’adesivo sulla busta e timbrò le ricevute della raccomandata dell’uomo che a lei rivolto continuò: “Signorina, per favore devo pagare anche questi”.
Le passò due bollettini dal canale sotto il vetro antiproiettile che li separava. Mi intromisi con un tono di voce fermo, tutti mi avrebbero potuto sentire.
“Ahhhhhhh! Hai capito il nostro il nostro paladino della giustizia! Per i bollettini c’è l’altra fila se non ricordo male.”
Si girò paonazzo e rabbioso, cercò di prendermi per il collo. La busta con la mia calligrafia che raccontava l’amore adolescente cadde e la calpestai per sbaglio mentre cercavo di stare in piedi. Mi difesero tra le urla un signore che credevo si fosse addormentato e la signora che aspettava ancora il direttore.
Gridavano tutti. Gridavano qualcosa di incomprensibile. Oltrepassavano l’inutilità della linea imposta dalla privacy. Gridavano rabbia e frustrazione. Il male compresso esplodeva in un focolaio che da li sarebbe stato spedito ovunque. Quale posto migliore?
Fu così che cominciò la terza guerra mondiale.

©Francesco Villari

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