Storie in minigonna (racconti brevi che lasciano le gambe scoperte) [4] di Anna Martinenghi

Zero negativo

Non ti ucciderò. Non prima che tu abbia portato a termine ciò che voglio. Ho aspettato questo momento per venticinque anni e ora non ho alcuna fretta. Rilassati; non farò nulla che tu non abbia già fatto a me. Ti ho preparato una cella molto più confortevole di quelle in cui sono stato dimenticato per tanto tempo. C’è una finestra abbastanza grande per avere nostalgia del sole, uno spazio minuscolo quanto la tua libertà e un cesso rotto, perché l’odore di merda non ti manchi mai. In compenso il materasso non è poi così sfondato e ho messo anche una sedia e un tavolino. Ti serviranno.

Non sarà proprio come la galera; qui avrai il lusso della solitudine. Conviverci o impazzire è una scelta che toccherà a te. Di tanto in tanto avrai il piacere della mia compagnia, m’impegnerò per non farti mancare l’affetto che ho ricevuto nel tempo da sbirri e secondini e tutte le attenzioni che certi ergastolani hanno dedicato al mio culo e alle mie ossa. In fondo è grazie a te che sono diventato quel che sono, o meglio, quel che diventerò. Perché io ero innocente, fino a ieri, fino a quando non ti ho condotto qui.

Avrai saputo, era su tutti i giornali, anche sul tuo: “PROVA DEL DNA SCAGIONA OMOSESSUALE CONDANNATO PER OMICIDIO”. I titoli non mi sembravano grandi quanto quelli di venticinque anni fa. Solo la parola “omosessuale” era scritta nello stesso modo; una precisazione inutile e crudele, piena di sottintesi. Una di quelle parole purulente che piacciono tanto a voi giornalisti.

Serviva un colpevole e io ero un personaggio perfetto per la tua storia: un ragazzo di buona famiglia, col vizio della droga e la predilezione anale, che si incontra con un uomo sposato, di dieci anni più vecchio. La storia finisce male; l’uomo viene ritrovato morto, i sospetti ricadono sul giovane amante. Non c’erano prove, ma i giornali celebrarono il processo prima del tribunale. “Giornalismo d’inchiesta” amavi definire lo stillicidio di morbosità e ricostruzioni inverosimili con cui farcivi i tuoi “pezzi”. Le parole mi hanno consegnato all’opinione pubblica come un mostro da giustiziare. Il resto è così retorico: la condanna all’ergastolo, i venticinque anni di prigione, l’onda di curiosità che si ritrae, dopo avermi travolto. Poi l’oblio.

Non credo ti abbia mai sfiorato il dubbio che le cose potessero essere andate in maniera diversa. Con uno sforzo minimo di attenzione avresti potuto scorgere in ciò che è accaduto una versione più dolorosa e complessa della realtà e dei sentimenti. Ma tu, bastardo, pensavi solo alla carriera; pensavi che un uomo che scopa un altro uomo potesse uccidere con maggiore facilità. E invece è stata una donna.

Immagino la tua espressione idiota davanti ai risultati della prova del DNA. Tommaso aveva un coltello nella schiena e un lungo capello biondo sotto le unghie. E’ bastata l’intraprendenza di un avvocato alle prime armi a far riaprire il caso, venticinque anni dopo. Scienza e tecnologia hanno fatto il resto: quello era un capello di sua moglie, unico beneficiario dell’assicurazione sulla vita. Quel capello ha fornito un movente e poi una confessione.

La verità non mi consola; amavo quell’uomo e là dove è finita la sua vita è iniziata la mia disperazione. Ho perso tutto, niente potrà restituirmi la vita che desideravo. Avrei potuto farla finita molto tempo fa, con l’unica libertà che la prigione concede, ma non potevo perdonare chi non ha compreso. Questo è l’unico pensiero mi ha tenuto in vita. Purtroppo sono arrivato tardi per il giudice Moretti, ci ha pensato il tempo a togliermelo di mezzo. Ma tu sei qui.

Nulla mi lega alla redenzione, perché non posso espiare una colpa che ancora non ho commesso, così come non riesco a evitare di compierla dopo averla tanto desiderata. Come vedi non siamo puri, nemmeno nelle intenzioni.

Voglio solo che tu faccia il tuo stramaledetto lavoro: scrivere. Scriverai questa storia, di nuovo, in ogni dettaglio. Scriverai che ti sei sbagliato, che le cose non erano come sembravano. Ne farai un capolavoro, il tuo miglior romanzo.

Ho lasciato molti fogli bianchi sopra il tavolino. Accanto c’è una penna. La vedi? Ci ho inserito il tubo di una flebo e un ago di quelli che non fanno troppo male. Spero non ti faccia impressione il sangue, perché sarà l’unico inchiostro che potrai usare. Ho aggiunto una soluzione anticoagulante. Funziona benissimo, ho provato io stesso l’ago, poco fa; il tratto sgorga nitido, la grafia è brillante. Sarà come fare un patto di sangue fra noi. Non ti preoccupare, sono un donatore universale, ho lo zero negativo. Scrivi anche questo nel tuo libro. HIV positivo non ce lo mettere invece; è una precisazione così inutile. E crudele.

© Anna Martinenghi

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