Sé/dici [5] di Raffaele Rutigliano

CINQUE/16

 Chi siamo? Da dove veniamo?

Non è una rielaborazione tratta da Non ci resta che piangere, anche se non a stento potrebbe esserlo. Perché versare lacrime di coccodrillo non porta da alcuna parte, tantomeno dietro pagamento di un fiorino.
Per essere scrittore oggi devi guardare al passato. Si deve necessariamente intraprendere un’azione di linguaggio in risposta al potere che governa un dato momento. Si dovrebbe anche e finalmente capire che siamo soli, non c’è nessuno che ci guarda dall’alto o predica la fine del mondo con relativa salvezza dell’anima. Perché uno scrittore, si sa, quale anima può possedere se non l’ha?
Pensiamo a un’opera d’arte che non mostri le vergogne (ricordiamo “i mutandari”), pensiamo a un testo che non parli di mulini a vento. Sul piano del linguaggio la censura è antitetica all’essere scrittore, ma va a braccetto con il successo. Fa spallucce alla realtà.
Qui in Italia non abbiamo bisogno di chi scrive decaloghi improntati sull’arte della cucina. Abbiamo bisogno di chi racconta fantasmagorie, di chi racconta favole, dove la figura del cattivo viene ben recepita. La scrittura deve affabulare il popolo. Anticamente ci si incontrava nelle stalle, si raccontava. Era lì che avveniva l’affabulazione sociale.
Ora le stalle sono sostituite da giurie letterarie, gli iscritti si prostrano alla volontà di un mercato, che oramai sta andando alla malora. Prendiamone atto. Ma questo, loro, già lo sanno.
Se chi scrive non ha la Voglia, quella della fame, che ti prende allo stomaco, ma il servilismo che porta ad autocensurarsi, allora sarebbe giusto pubblicare meno libri.
La libertà di stampa non è la libertà di pubblicare ogni cosa, è la libertà di non pubblicare immondizia. Non a caso il termine immondizia riporta a ciò che è corrotto.
Bisogna reintrodurre un discorso etico: è necessario che si ritorni alla qualità. Il mercato che impone i suoi prodotti sta fallendo. Alla fine ci troveremo sommersi dal nulla e lì saremo giustificati a bruciare libri, perché di tali non è possibile parlare.

© Raffaele Rutigliano

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