Sé/dici [14] di Raffaele Rutigliano

QUATTORDICI/16

Seduto nel fango e con una verità nelle mutande. Penso si stia più comodi, che ginocchioni e con il credo nel viso che ammira la terra. Il nonno diceva: Che guardi? Starai mica a raddrizzare le gambe ai cani?
Nelle mutande ci infilavo i libri, quelli che portavo di nascosto fuori della casa. Erano i compagni del libero arbitrio, che detestavo anche per via di una certa oziosità di fondo, ma la loro piccola verità era fare intravedere quanto fosse profonda l’infinita stupidità umana. Era letteratura tout-court.
Altro che guardare la terra, le ginocchia non avrebbero retto il peso di un’altra preghiera detta sottovoce. Nella testa si adoperava come una slavina di certezze, che neanche tutti gli anni classici avrebbero colmato a suon di regole.
È la materia che in questo caso forma il linguaggio. Non siamo dinanzi a pennivendoli. Qui il valore del dire qualcosa è più importante di ogni altra cosa.
Che si insegni a leggerlo un testo, non solo a esaminarlo sotto la lente critica.
Lo studio è da intendersi non come l’oggetto di un rapporto obbligatorio… per legge. Lo studio è quel sentimento di intimistica dedizione, che mostra qualcosa aldilà della propria percezione visiva.
Certi concetti dovrebbero essere ripetuti all’infinito con la speranza che sia il lettore a far ricongiungere il Cervantes al suo Don Chisciotte. Se ci basassimo solo sulla realtà così come servita a un fast food o take away, avremmo già dichiarato deceduto ogni tentativo di ricondurci all’immaginario intellettivo per comprenderla.
Non v’è differenza tra porte e cortile, riprendendo Pasolini, l’ingresso alla verità è a portata di vista, o meglio, di cognizione.
Il nonno aggiungerebbe: Non solo i tavoli hanno le gambe dritte.

© Raffaele Rutigliano

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