Sé/dici [11] di Raffaele Rutigliano

© Typewriter, by Beau Lark/Corbis

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UNDICI/16

Partiamo dal presupposto che non si arriva mai da nessuna parte e in nessun luogo, il considerarsi “arrivati”, quando in realtà non si è neanche “partiti” per mancanza di riferimenti cardinali o miliari, fa sì che il viaggio risulti celere e senza troppi trascorsi o approfondimenti di stile. Si viaggia con la testa china, un vocabolario in mano e tutto l’umile coraggio della conoscenza. Il vero viaggio inizia quando si accettano i primi errori, in fin dei conti ce ne saranno altri e tanti. Nessuno escluderà il precedente o il successivo.
L’amore per la scrittura è un amore imperfetto, vissuto nella solitudine, ma provato dinanzi al mondo intero.
Quando il marinaio capirà che tenendo la nave in ottime condizioni potrà immaginare una terra prossima alla direzione di prua, solo allora sarà un uomo salvo.
Non si è scrittori a quarant’anni, neanche a cinquanta. Si scriverà di sé, rimpiangendo di averlo fatto, si metterà in discussione tutto l’operato per l’invidia di un posto fisso e regolarizzato. Perché la scrittura da sola non paga, ma ciò non deve essere motivo d’insoddisfazione, non si parla di una specie di vanagloriosi.
No. Colui che scrive è un essere umano benpensante e munito di penna.
La scrittura accompagna l’evoluzione della specie cogliendone ogni sfumatura dialettica.

© Raffaele Rutigliano

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