Uno scatto, una vita [8] di Tiziana Sferruggia

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LE STRADE VUOTE

Lo Yom Kippur ci “colpava”.* Tutti ne parlavano. E siccome io, in quel tempo, non sapevo né leggere né scrivere, a furia di sentirlo pronunciare male, con distorsioni lessicali che andavano dallo iò chippù all’om chippù e dall’im chiù fino all’inchippù, dedussi che c’ entrava per forza con l’ inghippo, con l’ ostacolo, col fastidio, o meglio con quello che noi più efficacemente in Sicilia chiamiamo camurria. A quattro anni analizzavo sintetizzavo e pontificavo. Senza saperlo, ero una seguace della logica di port royal, roba che per poterla definire come una branca della filosofia, hanno dovuto scomodare gente come Cartesio e Pascal. Procedevo per assiomi dunque. La mia mente era condotta verso le idee chiare e distinte a prescindere dalla parole. Grazie a questo talento naturale, a quattro anni, conclusi che lo yim kippur era una camurria.
Mio padre comprò nell’ Agosto del ’73  una mini minor. Bassa, soda, corazzata, somigliava ad un mini panzer. Era verde col tetto color cecio. Aveva gli interni in radica, lo sterzo durissimo, nero, con una grossa I nel clacson e i sedili in finta pelle marrone. Il pomello dell’esile cambio era di vetro trasparente e includeva una macchinina dorata d’ epoca che a dire il vero tentai di tirare fuori prendendolo a martellate, senza riuscirci. Auto spaziosa ma senza bagagliaio. Questo era. E ogni volta che prendeva una scaffia nelle strade disastrate, mio padre scendeva a controllare che non si fosse spaccato il telaio. Io pensavo che la Mini Minor fosse proprio una gran bella macchinetta. Guardavo dal piccolo lunotto posteriore gli altri che ci lasciavamo dietro, a piedi, e mi sembravano depauperati. La Mini Minor verde, e il televisore in bianco e nero, un Grunding che sibilava accendendolo, e la radio, una Hitachi bianca con mangianastri, e ultimo, ma non per ordine di importanza, un mangiadischi dischi giallo con cui ascoltavo il disco con la voce di Topo Gigio che raccontava la fiaba de “la bella addormentata nel bosco”, erano i simboli di una Italietta consumista che si godeva gli strascichi del boom. Mi davano però l’effimera certezza di essere ma soprattutto di avere. Poi nel dicembre del ’73, l’ OPEC chiuse i rubinetti del petrolio e si spensero le luci per risparmiare. E le radio. E le TV. E il mangiadischi giallo portatile su cui calava la polvere, faceva troppa pena. E soprattutto la Mini Minor ferma nel cortile mi persuadeva che questo inchippu venuto da lontano, ci puniva senza colpa. Mi sembrò di non avere più niente. Di avere perso tutto. Poi mi affacciai al balcone. In strada c’erano i bambini delle case vicine.
“Amunì tizià, scendi”, una voce amica così mi disse. Scesi di corsa e giocai a palla, a nascondino, a moscacieca, a palla avvelenata, a casetta. Il tempo volava. Noi volavamo. Come ciauli, come rondini, come farfalle. La strada era nostra. Tutto avevamo. Niente ci mancava. Poi calò la sera sulla strada vuota e piena di bambini. Stanchi, sudati e felici , non volevamo più tornare a casa. Mentre mia madre mi lavava, pensai che era stato bello non avere paura di correre libera sulla strada. Senza auto, senza TV, senza radio e senza mangiadischi e senza pensieri. Se la voglia di evasione ti fa stare nella gabbia che fuga è?

*faceva sentore in colpa

© Tiziana Sferruggia, 2016

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