Playlist [7] di Alessandro Morbidelli

 

ph. da pinterest, rielaborazione grafica di A.Morbidelli

MY SWEET PRINCE

Tre persone sul divano di casa mia. Legate.
Quello più a sinistra si chiama Gustavo e ha ottant’anni.
Suo figlio è stato il primo ad essere interrogato. Colpa dei precedenti. Colpa del tempo trascorso al parco, a guardare i bambini come non avrebbe dovuto.
Quella in mezzo si chiama Giuliana e di anni ne ha una cinquantina.
Anche lei ha un figlio. Anche lui è stato interrogato. A lui piaceva cantare nel coro della domenica. Un giorno lo videro con un chierichetto.
L’ultima si chiama Antonietta e l’età non gliela so dare. Ha il muso di un cane cattivo. Ringhia.
Suo figlio spaccia al parco. Lo sanno tutti. Hanno detto che l’altro ieri ce l’aveva con lui.
Con il mio dolce principe. Il mio bambino ha visto qualcosa che non doveva vedere.

Prendo le pinze.
Spezzo l’incisivo di Gustavo. Viene via piuttosto bene.
Spezzo l’incisivo di Giuliana. Il sangue esce a fiotti.
Spezzo l’incisivo di Antonietta. Gli urli coprono i gorgoglii.
I colpi alla porta di casa sono sempre più forti. Non riusciranno a entrare.
Metto a posto le pinze. Le butto in un secchio dove ho già riposto il coltello e il ferro da stiro.
«Vi stanno guardando. Tutto il paese vi sta guardando…» dico loro.

Mio dolce principe, non pensavo che mi avrebbero fatto sudare così tanto.
Mio dolce principe, io e il drago possiamo scacciare il dolore.
Mio dolce principe, dove sei?

Ricomincio il giro.
Alzo al primo la gamba destra. La appoggio sopra una sedia.
Prendo la mazza.
Controllo l’inquadratura. Mi sposto di qualche passo. Deve vedersi bene il colpo e la loro faccia.
Uso tutta la forza che ho.
Il rumore di una tibia che si spezza è il canto di un’ammissione di colpa.
Per tre volte canta lei e cantano questi genitori.
Tuttavia, è il canto dei loro figli che a me interessa. Perché è stato uno di loro a prendere il mio bambino.
Mi fermo, respiro.
Da fuori le voci continuano a imprecare. La Polizia armeggia con il portone blindato. Sento lo sfrigolio di una fiamma ossidrica. Peccato non averne una qui.

Torno di fronte alla webcam. La diretta streaming ha migliaia di visualizzazioni.
E, soprattutto, migliaia di Mi piace.
«Continuerò fino a quando non confesserai alla Polizia il luogo in cui lo tieni. Mi rivolgo a te. Una delle persone che ti mise al mondo sta soffrendo, proprio come me e come la madre del mio piccolino…»

Mio dolce principe, sei l’unico vero amore della mia vita.
Mio dolce principe, ti troverò.
Mio dolce principe, dove sei?

Infilo la spina nella presa. Premo il tasto. Nel rumore della punta che gira, il trapano mi racconta la storia di tutte le giovani vittime dei mostri adulti.
Mi avvicino al divano. Due scoppiano a piangere, Gustavo sembra privo di sensi.
Inizierò il giro dalla parte opposta. Magari nel frattempo si risveglierà.
Avvicino l’arnese alla coscia di Antonietta. Prima di affondare, mi fermo.
Squilla il telefono. È mia moglie. Piange.
La ascolto e scoppio a piangere anche io.

Usano riguardo. Non me l’aspettavo. I poliziotti mi portano via senza spingermi o strattonarmi.
Quando sono fuori trovo una folla ad aspettarmi.
Applaudono tutti. Mi incitano. Scandiscono in coro il mio nome.
Uno mi dà le spalle e si scatta una foto.
Un altro mi grida che ho fatto bene, che quelle bestie se lo meritavano, che devo stare tranquillo. Mi dicono che è già attiva una pagina Facebook a mio sostegno, Arturo uno di noi.
Ar-tu-ro! Ar-tu-ro! Ar-tu-ro!

Io, però, non voglio più pensare o sentire, vedere, trovarmi da qualche parte.
Non voglio più niente. Non sono più niente.
Continuano a rimbombarmi nella testa le parole di mia moglie.
«È stato nascosto in cantina per tutto il tempo. Ce l’aveva con te per la storia della scuola calcio… Fermati, ti prego. Fermati subito…»

Mio dolce principe, prima che io vada, ricorda.
Mio dolce principe, sei l’unico vero amore della mia vita.
Mio dolce principe, sei l’unico.

© A.Morbidelli, 2017

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