Mostri [2] di Uduvicio Atanagi

© illustration by R. Rutigliano

DAL SANGUE

Le piaceva masturbarsi quando aveva il ciclo, le piaceva soprattutto quando era abbondante, la sensazione che le dava alle dita quando seccava, l’odore forte, ferroso che le entrava nel naso, si impregnava sopra la lingua.
Si metteva a gambe aperte con i talloni che aderivano contro il pavimento freddissimo, si aggrappava con le dita dei piedi sentendo il gelo che da giù saliva sfiorandole l’ano, poi carezzava il sesso e alla fine ci infilava dentro le dita, prima piano, poi forte, forte fino quasi a farsi male, sbattendosi e graffiandosi dentro. Entrava e usciva, facendo un rumore acquoso che le si appiccicava alle orecchie, era un piacere vertiginoso, era un brivido che corre veloce come innumerevoli mani di morto che ti picchiettano la spina dorsale.
Il sangue colava, schizzava, scivolava sul pavimento formando una pozza che si espandeva fino a toccarle i piedi, era allora che in preda al piacere, Pidocchiosa cominciava vedere.
Delle volte ribaltava gli occhi, altre volte la bocca si apriva da sola e la bava cominciava a colare, tipo sui capezzoli scuri che stavano sulla punta dei seni appuntiti, tipo sulla pancia, sull’ombelico, sopra la peluria del pube arricciata e nerissima.
Poi dalla pozza cominciavano a uscire fuori le facce, le mani, le lingue, era allora che Pidocchiosa finalmente sentiva una specie di pace elettrica scenderle piano piano sul cuore.
Si succhiava le dita e nel sangue distingueva il sapore di nonna, l’odore di babbo, i tratti ferini di mamma, e poi tutti gli altri, tutto il sangue che come un sistema nervoso si era propagato nei secoli accostandosi, attaccandosi, ferendosi e mordendo coi denti fino a generare anche lei.
La sua solitudine si dilatava raggiungendo forme immense, pesanti, balene che rotolavano in un grandissimo nero smuovendo le gli astri, e poi il cosmo, tutte le cose gelide e sole fino quasi a scoppiare.
Poi a un certo punto il sangue si compattava, e allora si riusciva a vedere in modo chiaro un volto preciso che usciva fuori dal plasma, era una cosa con gli occhi cavi, la bocca aperta in un ghigno di morte e disperazione, ancora con le dita nella vagina, Pidocchiosa si piegava in avanti, allungava il collo come fanno certi uccelli poco prima che glielo spezzino, tirava fuori la lingua e poi finalmente, le sue labbra di carne, tremanti, vogliose, si univano a quelle labbra di sangue, a quelle croste che sapevano di lacrime e terra che per un attimo brevissimo, tra la contrazione e il rilascio furioso dell’orgasmo, lasciavano che la solitudine si ritraesse impetuosa, così, all’improvviso, simile a un mare, il punto preciso dove sono svanite le onde, ed era lì, in quell’intervallo dove la sabbia è più scura, che Pidocchiosa riusciva finalmente a respirare, a sdraiarsi per terra con l’anima che le usciva fuori dalla bocca, per volare via, andando a cercare gli spettri e le stelle.

© Uduvicio Atanagi, 2018