Kaos [1] di Michela De Mattio

© ph. Camilla Coppola

JOE, GIOVANE PISTOLERO

Avevo sedici anni quando con Marco, mio fratello minore, abbiamo visto Per un pugno di dollari. Quella sera davanti alla televisione uno spicchio di realtà dev’essersi sfarinato davanti ai suoi occhi.
Nostro padre se ne era già andato con una donna molto più giovane di nostra madre. Era scomparso  rapido e silenzioso, senza spiegazioni o preavvisi.
Ero presente anche il giorno in cui nostra madre si era decisa a portare Marco al Centro di Salute Mentale. La sala da visita nella quale lo psichiatra ci aveva accolto era angusta e buia, un buco con dentro una scrivania e due sedie profilate in alluminio. La finestra dava sul giardino ed era senza sbarre. Tuttavia, ricordo l’assenza della maniglia e la presenza di vetri anti-sfondamento.
Il medico era un uomo alto con i capelli grigi, radi e tenuti attentamente incolti. Per tutto il tempo della visita aveva mantenuto sul volto un’espressione di superiorità e scetticismo che portava come un marchio di fabbrica.
Mio fratello non aveva detto molto se non che si chiamava Joe e non Marco e che io non ero Luca, ma Ramon. Secondo lui, io ero più un tipo da fucile che da pistola. Come nostro padre, aveva aggiunto.
Ricordo solo una frase chiara, tra tutte quelle incomprensibili pronunciate dal dottore.
«Signora, nella testa di suo figlio c’è un gran caos.»
Ricordo anche di aver pensato che nella sua di testa, invece, ci fosse tanta merda, ma questo non lo dissi mai a nessuno, nemmeno a mio fratello.

Questa mattina presto ho telefonato a mia madre per avvisarla che oggi porto io Marco alla visita di controllo al CPS. È rimasta qualche istante in silenzio prima di dire che per lei andava bene. Ha aggiunto che lo avrei trovato in Viale Testi. Mio fratello ha frequentato la Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano. L’anno scorso ha realizzato un cortometraggio che non ho ancora guardato.
In realtà non incontro Marco da tre anni. Sono un dirigente bancario laureato in economia e commercio. Ho una bella casa in centro a Milano. Sono sposato e ho un figlio di quattro anni, Jacopo. Mia moglie si vergogna di mio fratello e non vuole che si avvicini a nostro figlio. Ne sarebbe turbato, dice. Lui, d’altronde, è il nostro capolavoro, il simbolo della nostra realizzazione sociale, il nostro gioiello pianificato con la meditazione e la sofferenza di un’opera unica.
Arrivo in Via Fulvio Testi. Trovo parcheggio di fronte all’entrata principale. Mio fratello è immobile al di là del cancelletto verde, dentro al cortile.
Joe giovane pistolero.
Marco porta un paio di stivali con lo sperone dietro, gli stessi che calzava l’ultima volta che l’ho incontrato. Ha una certa eleganza, quella di malati di altri tempi, e una bellezza da morente. I lineamenti asciutti come i miei, i capelli lunghi tirati indietro e una barba morbida ne incornicia il viso e le labbra.
Si mette un sigaro in bocca appena mi vede.
Restiamo immobili uno di fronte all’altro mantenendo una decina di metri di distanza.
«Ramon» dice incrociando le braccia. «Ramon mi hanno detto che mi cercavi» ripete più forte.
Ho la sensazione che tutti ci guardino, ma attorno a noi non c’è nessuno.
«Beh, che ti succede Ramon? Ti trema la mano? O forse hai paura? Al cuore Ramon! Per uccidere un uomo devi colpirlo al cuore! Sono parole tue, no? Al cuore Ramon! Al cuore, altrimenti non riuscirai a fermarmi.»
«Joe, andiamo o faremo tardi.»
Mio fratello incalza senza muoversi di un passo: «Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile quello con la pistola è un uomo morto. Avevi detto così Ramon? Vediamo se è vero.»
Joe mani da bimbo veloce.
Joe con due pistole e le fondine posizionate al contrario. Estrai la pistola sinistra con mano destra e la destra con la mano sinistra.
Mi avvicino al cancelletto, mi ci appoggio con entrambi gomiti. Marco porta due libri sgualciti infilati nella cintura. Noto sul suo volto alcune rughe che non avevo mai visto.
Vedo che si infila qualcosa in tasca. È un pezzo di carta ma assomiglia a un odio lontano. Mi guarda con una promessa di vendetta in faccia.
«Marco andiamo, finisce che facciamo tardi. Dai, ho parcheggiato qui di fronte.»
«Ramon, io mi chiamo Joe», risponde senza mai distogliere lo sguardo dal mio.
«Va bene, Joe. Ora andiamo però.»
«Io con te in macchina non ci vengo. Tu non hai il senso della paura e usi il fucile.»
Sospiro e guardo l’orologio, non c’è tempo per discutere. Conto i minuti io che da bambino conoscevo gli istanti. Mi chiedo perché cazzo sono venuto qui, oggi.
Mentre lui esce dal cancello passandomi accanto, con un cenno del capo mi indica di seguirlo. Riconosco la Clio azzurra di nostra madre. Sta parcheggiata qualche metro più avanti rispetto al mio Suv.
Marco entra, si siede e mi apre la portiera dalla parte del passeggero.
L’automobile ha i sedili foderati in cuoio. Scorgo un cappello da cowboy appoggiato dietro.
Appena mi siedo sento puzza di sterco di cavallo. Mi invade le narici. Rabbrividisco. Preso dal panico apro il finestrino. La sento ancora. La respiro. È reale. Ho un conato di vomito.
Marco si volta verso di me e mi sorride come faceva da bambino. Ingrana la marcia e parte.
«Joe, c’è puzza di sterco di cavallo. La senti anche tu?» gli chiedo avvertendo una crepa nella mia voce.
«Certo che la sento… Luca» risponde scandendo il mio nome.
Mi tocca una spalla con la mano. Scoppiamo a ridere. Ora so cos’è il senso della paura e ricordo il senso di una felicità che credevo perduta per sempre.

© Michela De Mattio, 2017

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