Il Restauratore di Francesco Di Domenico

©Francesco Di Domenico, restauro #1

©Francesco Di Domenico, restauro #1

IL RESTAURATORE

Nel restaurare quella statua di cartapesta del Cristo dovevo procedere con un transfert veloce, c’era bisogno di contatto tra me e la statua; il cartone delle sue gambe era amorfo, canceroso, come quello della copertina del libro di Poe che avevo trovato sulla bancarella del “becchino”, quel vecchio libraio di via Antesaecula.
“The Fall of the House of Usher” di Edgar Allan Poe sembrava un libro morto, le sue parole non volevano essere lette; più che scritte sembravano adagiate sulle pagine come un sudario. Il libro iniziò a vivere appena l’odore della colla di coniglio cominciò ad inondare il laboratorio, tre giorni dopo il restauro la copertina sembrava sollevarsi da sola “La casa degli Usher non è sempre stata quell’immane rovina…”, ormai parlava, quasi.
Col Cristo la colla non sarebbe bastata, dovevo guardare i suoi occhi di vetro di autentico settecento, sicuramente fusi dalla migliore vetreria di Murano che nel ‘700 faceva occhi per pupazzi, la Ca’ Vendramin di Valentin Toso; i suoi occhi parlavano agli scultori.
Si narra che nel XVIII secolo si compravano prima gli occhi e poi si decideva che statuetta fare. Il suo sguardo mi spaventava: quale sofferenza lo aveva costruito? Era stato pagato quell’artista? Forse no, perciò le gambe erano in rovina.
Non erano più gambe; grigi pezzi di cartone sventolanti come banderuole sulle vele dei vascelli, mentre i piedi che ne restavano attaccati avevano ancora la maestà del figlio sofferente di questo antico Dio.
Gli dissi, «Se non mi aiuti, non t’aiuto», e senza voltare lo sguardo accesi sotto la colla, cominciai a pestare il gesso nel mortaio, lo filtrai con un setaccino, ma lo volevo più fine, legai al setino un collant di donna e la polvere di gesso di Firenze divenne talco, poi la mescolai alla colla e uno yogurt antico, rigeneratore, ricominciò a far rivivere le gambe più belle dell’universo, quelle offerte da Gesù sulla croce. Scartavetravo lievemente, per non fargli male (fargli male? Che follia!) e quando tiravo col raschietto il gesso in eccedenza per modellare le cosce, sentivo un tepore inusuale, ma era suggestione: è naturale che un elemento sfregato produca calore.
Ogni volta che lo lasciavo solo in bottega, ogni volta che stavo per andar via i suoi occhi mi imploravano alle spalle a tal punto che dovevo coprirlo con un panno: suggestione.
Quegli occhi non li avevo scelti io. Se non fosse stata un’impressione, se avessero voluto parlarmi, cosa avrebbero voluto dirmi? Fantasticavo, l’odore inebriante della gomma lacca mescolata allo spirito, era quello che mi ubriacava la mente.
La sigaretta, infilata in una delle cinque dita insieme ai pennelli, faceva volteggiare fili sottili che si tramutavano in piccoli nembi blu sotto il neon, un fil di fumo aveva preso la via di un mio occhio e piansi sulla mia stupidità, ma c’era qualcosa di strano in quel corpo.
Lo adagiai sulla croce di noce: non funzionava e avevo sentito come un “Ah…” , un lamento di sofferenza, ma era un sospiro di un anziano signore che passava fuor di bottega, reggendosi ad un bastone. Aveva una gamba in disordine e passeggiava con sforzo, lanciando in avanti il piede sinistro invece del destro.
Cristo! Era stato un errore o un’interpretazione personale della trasfigurazione di Gesù da parte di quel lontano artigiano? Le gambe erano sovrapposte in modo errato rispetto alle immagini tramandateci nei secoli, il piede destro andava inchiodato sopra il sinistro e non viceversa.
Un colpo secco di mazzuola sull’anca, spaccando lievemente il gesso, fece derotare la gamba destra facendola sovrapporre alla sinistra. Avevo risentito l’”Ah…” di prima, forse era ripassato l’anziano, ma non potevo abbandonare il corpus per accertarmene e convenni di si. Stuccai la nuova ferita che avevo prodotto e verniciai il corpo con la gomma lacca, poi infilai l’antico chiodo di ferro battuto nei piedi e alzai la croce in verticale guardando il prodotto finito: ma gli occhi prima non mi fissavano?
Ora avevano le palpebre abbassate e un filo sottile del vetro degli occhi traspariva, un filo sereno di chi quel corpo lo ha lasciato. Suggestione, sicuramente.

©Francesco Di Domenico, restauro #2

©Francesco Di Domenico, restauro #3

© Francesco Di Domenico, 2016

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