Fiele e miele [3] di Roberta Lepri

foto da Pinterest

COME SPENDERE DIECI MILIONI DI EURO NON TUOI E VIVERE FELICE

Al risveglio è tutto come al solito. Quando ieri sera mi sono addormentata, il cane era nella sua cuccia e adesso sta beato accanto a me nel letto. Mascalzone. Mi alzo. Devo aver fatto un sogno strano. Lavo il viso, metto la crema da giorno, accendo il fuoco sotto alla moka che ho preparato prima di andare a dormire. È quella azzurra da due che mi aveva regalato lui. Intanto passo lo swiffer per casa e tolgo la polvere. La radio è accesa e canto. Guardo il telefono. Due commenti su Facebook al mio ultimo post da parte di amici nottambuli. Vedo che c’è anche un’email della banca. L’oggetto è: Urgente. Pubblicità per citrulli. Il caffè è pronto, apro un barattolo di marmellata. “Fichi, settembre 2017”. Dopo aver letto l’etichetta mi è passata la voglia di fare colazione. Anche le marmellate insieme, io e lui. Scaccio via il ricordo insieme al dolore e tiro un biscottino al cane. Aruki scodinzola per averne ancora. Lo minaccio di lavargli i denti appena avremo finito la colazione. Lui capisce e scappa in bagno. Per un po’ fa capolino tra il wc e la doccia, poi capisce che scherzavo e torna fuori. Ridendo gli dico che è uno scemo.
Sono in ansia, devo arrivare in ufficio prima del solito. Quando è così, succede sempre qualcosa che mi blocca. Sono le 8,30 e il telefono vibra mentre verso il caffè nella tazzina. Guardo il numero: oddio è la banca. Non faccio in tempo a rispondere. Rimetto attiva la suoneria. Mi domando cosa possano volere di prima mattina. Venerdì avrò sbagliato qualcosa che riguarda gli assegni. I miei clienti a volte si confondono, scrivono in lettere una cifra e in numeri un’altra. Dovrei controllare bene, prima di fare il versamento. Che pizza, adesso ho solo bisogno della colazione. Guardo l’orologio, non ce la faccio. La tazzina ormai è fredda. Prenderò il caffè in ufficio, amen. Lavo i denti. Resta da portare fuori Aruki e ci siamo. Il telefono squilla. Madonna che incubo. Di nuovo la banca. Rispondo mentre prendo la borsa e infilo le scarpe.
«Ciao, sono il direttore del Credito Cooperativo.»
«Sì, ciao, buongiorno. Scusa, vado di fretta, ho visto che mi avete chiamato anche prima, penso sia per i soliti assegni…»
«No, no. C’è un problema sul tuo conto. Hai venduto qualcosa? Hai avuto rapporti commerciali, magari con l’estero?»
«Oddio! Non dirmi che mi hanno clonato un’altra volta la carta! Eppure mi dovrebbe arrivare l’sms di allarme. E su Amazon non ho comprato più niente, porca miseria, accidenti agli hacker…»
«Non comprato, casomai venduto. Come se qualcuno ti avesse pagato della merce.»
«Cioè ho un accredito?»
«Sì.»
«Magari sono i soldi dell’affitto annuale della campagna. Di solito arrivano sul conto comune mio e di mia sorella, si saranno sbagliati.»
«…»
«Se si tratta di circa mille euro sono quelli, non preoccuparti, li giro sul conto giusto, lo faccio dal pc appena arrivo in uff…»
«No. Non sono quelli.»
«Ma quanti sono, scusa?»
«Dieci milioni di euro.»
Scoppio a ridere. Vorrei dirgli di non prendermi in giro ma lo so che un direttore di banca scherza su tutto meno che sui soldi.
«Suvvia, saranno stati quei mille e poi il programma è andato in tilt e ha spostato la virgola.»
Intanto nella mente sto cercando di contare quanti zeri si devono aggiungere per arrivare da mille euro a dieci milioni ma mi perdo. Rido. Sarò ricchissima per qualche minuto, finché non risolveranno l’errore. Penso alla faccia di mia sorella quando tra poco in ufficio glielo dirò. Per non parlare di quella degli impiegati. Sarà la notizia del secolo, stavolta li secco tutti.
«Scusa, Fabrizio, ma qualcuno ce li avrà pur messi! Da qualche parte arriveranno e basterà restituirli. Correggete l’errore, rimandateli al mittente e siamo a posto.»
Pausa.
«Il punto è proprio questo. A mezzanotte del 23 giugno, tra sabato e domenica, ti sono stati accreditati dieci milioni di euro…» scandisce la cifra e continua con un risolino nervoso « … beata te. Ma non si sa da chi, né perché. Non risulta niente, ed è comunque tutto regolare. Se non lo sai tu, intendo, noi non riusciamo a risalire. Ma fatti venire in mente qualcosa, perché c’è di mezzo l’antiriciclaggio e io devo subito avvisare le autorità competenti.»
Interrompo la telefonata senza commentare. Dentro di me intanto è esplosa la felicità. Non è colpa mia se sul conto mi sono piovuti tutti questi soldi, io non li ho chiesti e non li ho rubati a nessuno. Faccio finta che siano un regalo e intanto li spendo. In realtà, non sono nemmeno soldi. Dieci milioni di euro sono sogni da realizzare. La testa mi scoppia. Devo darmi delle priorità. Ho fretta, ho voglia di un caffè, in ufficio mi aspetta mia sorella con un cliente e forse tra poco mi arresteranno per un reato che non ho commesso. Vorrei solo avere qualcuno a cui dirlo. Siedo sul divano e mi prendo una pausa. Tre minuti non uccideranno nessuno.
«Aruki … Ma che fai, ti nascondi dietro la tv?! Non voglio farti la doccia, scemo che sei.»Si mette davanti a me, seduto.
«Dieci milioni di euro. Potrei comprarti il negozio LovePet con tutte le crocchette che ci stanno dentro. Pensa quante cose sistemiamo adesso. Smetto di lavorare e mi sa che ti compro una sorellina o un fratellino. Così non strilli più quando esco, e se per l’ultimo dell’anno sparano i botti potete scappare sotto al letto insieme. Certo, non è la priorità. Realizzare un sogno grande per tutti, è la priorità. E per me immersioni ogni giorno. Con dieci milioni ci dovrebbe entrare ogni progetto. Solo con gli interessi di un anno facciamo felici un sacco di persone, che dici?»
Non dice niente, si gratta. Ora posso ripartire e portare l’emicrania in ufficio. E corro, corro con la mia macchinina in mezzo al traffico. A proposito, mi sa che la cambio. No, è consumismo. No, invece me la merito. Mai avuta un’auto nuova in vita mia, solo catorci usati. Mica una Ferrari, basta sia nuova. E se qualche super delinquente si è sbagliato? E se adesso viene a riprendersi tutto quanto, e per vendetta ammazza me e scanna il cane?
«Aruki, tra poco arrivano i Narcos a farci fuori.»
Chiuso nella sua gabbietta sul sedile posteriore, non risponde. Forse dovrei chiamare mio figlio e dirglielo. Tanto non mi crederebbe. Entro in ufficio sorridendo. Sono tutti indaffarati, nessuno dice buongiorno. Mia sorella mi guarda, punta gli occhi sul cliente, poi sull’orologio alla parete. Il colloquio a tre dura venti minuti. Quando lui se ne va, la rinchiudo in una stanza e glielo dico. Non mi crede. Telefono al direttore della banca e gliela passo.
«Che poi con le idee politiche che hai tu, voglio vedere come vivi, con dieci milioni di euro in banca.»
«Vorrei fare cose buone…»
«Sono curiosa di sapere che cosa gli racconterai, quando verranno a riprenderseli, se nel frattempo li avrai spesi.»
«Ma verranno chi? Magari sono un regalo. Il dono di un ammiratore. Di un lettore affezionato», provo a scherzare e faccio una faccia scema.
«Sì, come no. Uno sceicco che ama la letteratura ha deciso di omaggiarti.»
Alzo le spalle.
«Io intanto li spendo.»
Capisce che sono seria e chiede quali siano i miei progetti precisi. Glieli snocciolo e lei scuote la testa. Ho bisogno d’aria. Sto per uscire e mi scontro sulla porta con due agenti della Finanza. Ritorno mesta sui miei passi e chiedo che al colloquio possa assistere anche mia sorella. Li conosciamo, i tipi sono nostri clienti.
«Perciò abbiamo chiesto di essere noi a incontrarla. Sappiamo che Lei è una persona seria e che non ha niente da nascondere.»
Sono più o meno miei coetanei e mi sembrava che ci dessimo del “tu” ma non importa. Inizia l’interrogatorio.
«Signora, ha mai avuto rapporti commerciali al di fuori della sua attività?»
«Ho dei contratti con delle case editrici e ogni tanto mi pagano i diritti di autore. Pochi spiccioli.»
«Non so, magari è amica di qualche uomo politico. O industriale. O magnate estero.»
Escort a cinquanta anni, come no. Non so se incazzarmi o sentirmi lusingata. Sorrido e confesso di essere stata per un breve periodo l’amante di Carlo d’Inghilterra. Elenco dettagli allucinanti sulla nostra relazione e poi concludo.
«Sarà stato lui.»
Mia sorella mi guarda a bocca aperta. Cala il silenzio. Incassano, si alzano e salutano nervosi.
Arriva la chiamata del commercialista. Chissà chi glielo avrà detto di convincermi a mettere da parte i soldi senza spenderli. Grazie, sister. Mi propone un piano di investimenti diversificati. Faccio presente che è anche il mio mestiere. Nella scatola cranica ho un criceto senza ruota, spaventato e in cerca di un espresso. Penso ai miei amici. Lo dico, non lo dico. Per annunciarlo potrei organizzare una festa stile Gatsby. Che spreco. Che stupidaggine. Produco montagne di pensieri futili legati ai soldi. Così non va. Ipotizzo strategie e cambi di vita, poi però torno indietro. Valuto le possibili conseguenze e resto immobile. I ragazzi in ufficio l’hanno presa piuttosto bene, sono elettrizzati, ridono, scherzano e non riescono a lavorare. Ogni tanto ci provano, poi però il discorso torna sempre sull’argomento del giorno. Stanno lì a fare congetture. Chissà che faccia avrà fatto, quello che ha commesso questo incredibile errore.
«Vedrai che di sicuro il cretino finisce nel cemento. Ma come si spostano tutti questi soldi, senza lasciare tracce?»
«Con dei sistemi segreti, magari servivano per armi o droga, avranno usato codici criptati, programmi appositi. Solo che hanno sbagliato conto. Chissà ora che cosa gli succede, a quello che ha fatto ‘sto macello.»
Siamo in pieno Romanzo Criminale, già sognano di vedere entrare Il Terribile che mi chiede indietro i soldi. Arrivo dritta a sera senza aver combinato niente. Ho in mano un foglio con una serie di numeri di telefono che mi sono rifiutata di trascrivere sul cellulare, nella speranza di non doverli mai usare. Numeri personali del comandante dei Carabinieri e della Polizia: casomai qualcuno mi molestasse o cercasse di ricattarmi, anche via web. Numero di casa del commercialista, dell’avvocato e del notaio suo amico: se mi venisse qualche idea nel fine settimana. Stessa cosa per il direttore della banca: per qualsiasi esigenza di qualsiasi tipo, si è raccomandato. Rientro spossata. Metto ad Aruki le crocchette nella ciotola. Mi guarda perplesso.
«Piccolino, mi dispiace, stasera non ce la faccio proprio a cuocerti la pasta.»
Mi stendo solo un minuto sul divano.

* * *

Il dondolio della barca sa concentrare la bellezza del mondo. Prima o dopo pranzo, e magari insieme a un bicchiere di vino bianco, mi stendo a prua e resto lì, a godermi il movimento. Forse è la ninna nanna che mi è mancata da piccola. Il sonno arriva veloce e lieve. Devo solo concentrarmi sulle onde e sognare. Al resto pensano i ragazzi. Le giornate qui passano veloci. Facciamo immersioni, mangiamo insieme discutendo di fotografia subacquea e biologia marina. Poi ognuno si dedica alle proprie occupazioni. Giulio controlla e revisiona i compressori e le attrezzature di tutti. Olga sistema sul pc di bordo le foto più belle. Laurie e Paul decidono cosa sia meglio cucinare e verificano la cambusa, programmando le soste per gli approvvigionamenti. Siamo un acquario di pesci che vengono da ogni parte del mondo. Discutiamo, progettiamo, cantiamo, ci facciamo scherzi. Aruki è uno dei nostri bersagli preferiti: è diventato un po’ irascibile, ed è buffo vederlo ringhiare ai granchi. Di notte osserviamo la Croce del Sud. Da principio, mi sembrava surreale. Ci ho messo qualche mese, per capire che era vero. Può succedere, quando la vita ci sorprende. Il cane mi salta in braccio e per via dell’umidità gli metto sopra una copertina, poi apro il pc e comincio a scrivere. Ripenso al mio ultimo sogno. I fatti c’erano tutti, solo narrati in modo più fantasioso. Ne farò un racconto per il blog.

Chiedo a Giulio di mettere su la moka azzurra sopravvissuta alla vita precedente. Accedo al conto delle Bahamas. Il caffè arriva. Genero i codici criptati. Inserisco i dati per il bonifico. Bevo un sorso. Ho saputo che Giulia è in difficoltà con il Children Center. Cinquecentomila euro. Mittente sconosciuto. Nessuna causale.

©Roberta Lepri, 2018

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