Era una notte buia e tempestosa [3] di Andrea Brando

LA DICIASSETTESIMA COINCIDENZA

Lo psicologo tamburellò con le dita sulla scrivania per qualche secondo. Alla fine sospirò. «Quello che mi ha detto non ha senso.»
«Eppure le assicuro che è così. Ogni volta che pubblico un romanzo giallo, entro il terzo giorno dalla pubblicazione, la vittima del mio romanzo muore nella realtà. Non è che venga assassinata, no, muore per le cause più svariate. Vediamo. Uno ha avuto un infarto, un altro è stato investito da una macchina, un’altra ancora è stata spinta accidentalmente ed è finita sotto il metrò…»
«Partiamo da un punto fermo. I suoi personaggi non sono persone reali.»
«No, ma come quasi tutti gli scrittori, per costruire i personaggi mi ispiro, talvolta anche inconsciamente, a persone reali. Ovviamente cambio i nomi, le professioni, magari anche un po’ le caratteristiche fisiche, però insomma, dietro ai miei personaggi c’è sempre qualcuno che conosco realmente. E, come le dicevo, tutti quelli che nel romanzo vengono uccisi, poi crepano davvero.»
«Si tratterà di banali coincidenze.»
«Sono già sedici le coincidenze. Non le sembrano un po’ troppe? Quando è successo la prima volta, anch’io ho pensato a una coincidenza, ma è accaduto una seconda volta, una terza… Dopo il quarto caso, mi sono convinto che non c’è nulla di casuale in tutto questo. È come se fosse una specie di maledizione.»
«Senta, ma se lei crede davvero a questa storia, perché non ha smesso semplicemente di scrivere gialli?»
«Crede che non ci abbia pensato? Ho provato a scrivere un libro per bambini e poi un romanzo d’avventure, ma niente. Nessun editore ha accettato di pubblicarmeli. La verità è che io so solo scrivere gialli e scrivere mi serve per vivere. Io sono uno dei pochi in Italia che campa facendo il romanziere. Non vivo nel lusso, ma le rate del mutuo me le pago. Certo che però, se smetto di pubblicare…»
«E inventarsi dei personaggi di sana pianta, in modo che non abbiano nessun legame con gente reale?»
«Oh, naturalmente ho provato anche questo, ma non è servito. Quello che dovrebbe essere un personaggio di pura fantasia, alla fine, in un modo o nell’altro, mi ricorda un mio amico o conoscente. Così, quel poveretto, entro il terzo giorno dalla pubblicazione, muore. Ho anche sperimentato un’altra tattica. Ho trasformato le vittime in non-personaggi. Neppure una battuta ho più messo in bocca all’assassinato. Viene trovato morto immediatamente, all’inizio del romanzo. Però, inevitabilmente, devo pur dire qualcosa sull’ammazzato. Chi era, cosa faceva, in quali rapporti era con i sospettati… Si finisce sempre per delinearne, almeno sommariamente, la personalità. E allora, solito problema. Il personaggio viene ricondotto a qualcuno che conosco. Come le ho accennato, può avvenire anche inconsciamente. Io in buona fede posso anche credere che la vittima non c’entri niente con nessuno, ma poi quando qualcuno dei miei conoscenti muore, ecco, a quel punto mi rendo conto che non era così, che invece il legame c’era.»
«Dunque. Come prima cosa, lei deve prendere coscienza che non si tratta assolutamente di una maledizione, ma solo di un suo problema psicologico. Nulla di irresolvibile, mi creda. Vede, l’ha detto lei stesso. A lei pare che i suoi personaggi assassinati non abbiano nulla a che spartire con la gente che lei conosce, è solo quando qualcuno muore che lei si convince di una somiglianza fra la persona e il personaggio. È tutta suggestione.»
«Ammettiamo per un attimo che sia così. Ma non le sembra che sedici morti fra amici e conoscenti nel giro di pochi anni siano comunque un po’ tantini? Ma un modo per venirne fuori forse c’è. Ci ho pensato, sa, a inserire me stesso nel ruolo della vittima. Magari con me la maledizione non funziona, essendo io l’autore. Però, chi me lo garantisce? Insomma, non ne ho mai avuto il coraggio.»
«La soluzione gliela trovo io. Nel suo prossimo romanzo ci sarò io nel ruolo dell’ucciso. E sarò presente col mio vero nome e cognome, Giorgio Crisafulli, e con la mia professione reale, in modo che non ci siano dubbi. Entro tre giorni dalla pubblicazione dovrei morire? Bene, lei verrà qui da me il quarto giorno e constaterà che sarò vivo e vegeto.»
«Io constaterò che lei sarà stato la mia diciassettesima vittima, o la diciassettesima coincidenza, se preferisce. Lasci perdere.»
Lo psicologo insistette molto e infine lo scrittore si convinse a fare come gli veniva suggerito.

Il quarto giorno dopo la pubblicazione del suo romanzo, Omicidio a Lambrate, l’autore si recò dal dottor Crisafulli.
«Ha visto che non mi è capitato niente di male? Si è persuaso ora che le sue erano tutte sciocchezze?»
Lo scrittore, con sollievo, annuì.

FINE

Dal Corriere della Sera: “Trovato morto nel suo appartamento lo psicologo Giorgio Crisafulli.  L’uomo è inciampato sulle scale che portano alla mansarda e si è rotto le vertebre del collo. Curiosamente, l’ultimo giallo di Roberto Semprini, Omicidio a Lambrate, vede proprio il dottor Crisafulli nel ruolo della vittima. La reazione di Semprini nell’apprendere la tragica notizia è stata molto strana.  “Avevo preparato” così ha dichiarato il romanziere, ” un racconto, intitolato La diciassettesima coincidenza, e avrei dovuto pubblicarlo sul mio blog il giorno stesso dell’uscita del romanzo. Il racconto doveva servire come antidoto alla maledizione del romanzo. Purtroppo, però, qualcosa è andato storto. Io ho caricato il racconto sul blog e la mia pagina di amministratore del sito mi confermava che l’articolo era stato pubblicato, ma come solo ora ho scoperto, nella pagina accessibile al pubblico il racconto in realtà non c’è. Quindi Crisafulli è morto. È il diciassettesimo.” Cosa Semprini intenda dire con queste sue parole è un mistero assoluto“.

© Andrea Brando, 2017

Leave a Reply