Capi d’imputazione [1] di Nicoletta Vallorani

Da web

IL CAPO MACHO-ZARRO

Lo riconosci dall’odore, che è sempre di vero uomo. Preferibilmente sceglie profumi in offerta e dopobarba di sapore mussoliniano. Ha pochi capelli, ma maschera la calvizie presentandola come una scelta estetica di virilità, una reazione alla femminea e deprecabile tendenza di alcuni maschi – indegni di questa qualifica – a farsi crescere una chioma da vere femminucce, arrivando persino alla perversione di tingersela o arricciarsela.

In termini di abbigliamento, il capo macho-zarro può oscillare tra due opzioni: il casual inconsulto, che è di fatto una combinazione tra la divisa da palestra di boxe e il completino promozionale della ditta di sportwear dello zio cosimo; il completo rigato, in versione righe larghe (da boss del porno) o righe strette (da tranviere), spesso di due taglie più piccole di quella necessaria, in modo da rendere ben visibile, ecumenicamente a subalterni e subalterne, il “pacco”.

Il capo macho-zarro tenta invariabilmente di intortare le dipendenti, che tuttavia lo neutralizzano in un nanosecondo con le scuse più improbabili, alle quali il capo macho-zarro crede sempre, per carenza di neuroni adeguati a decodificare il messaggio. Finirà per ammogliarsi con la virago del banco dei pegni, che amerà perdutamente, soprattutto quando verrà da lei frustato.

© Nicoletta Vallorani, 2018

A settembre è in uscita l’antologia degli Sviaggiattori Di mari e tempeste, edizioni del Gattaccio, collana Sdiario, diretta da Nicoletta Vallorani, insieme a Barbara Garlaschelli e Raffaele Rutigliano. Potete prentarla sin d’ora qui.

Copertina di Raffaele Rutigliano

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