Sheherazade [3] di Daniela Scudieri

Sull’altra riva

«Ho poco tempo», le ripete guardingo, le dita chiuse sulle sue intorno al bicchiere. Lei prova a fermargli gli occhi coi suoi, scuri e speziati. Ad attrarlo. «Vuoi? È una storia lunga. Comincia così» dice, ma sa che l’abisso della sua scollatura, e il vibrare continuo del cellulare appoggiato al tovagliolo, e il pensiero che corre impaziente a dopo, sono il canto delle sirene che lo distoglie, mentre intorno a loro tutti restano seduti ai tavoli, accostando il bicchiere alle labbra e mischiando risate e voci al tintinnare delle posate, senza far caso al mare che si rovescia contro la vetrata, mugghiando tra alti spruzzi, al ruggito della belva schiumante che solo lei vede.

Lei è quella degli autogrill, degli spiazzi incolti sul retro dei centri commerciali, delle feste con musica assordante. Fermano la macchina, le accendono la sigaretta. Parlano sempre loro. Di come le loro mogli, eccetera. Le mogli le rovesciano addosso abbandoni, tradimenti, ansie per i figli e i chili di troppo e la tengono a distanza, impenetrabili dietro gli occhialoni scuri; un nido che accoglie sfoghi e umori, lei che gli ritira i bambini da scuola, insapona e porta a spasso le anziane madri, le sfiora nella ressa dei supermercati o tra gli scossoni della metropolitana.

La prua che si alzava e ricadeva sulle onde, i corpi sbatacchiati: non vogliono sapere. Cuffiette nelle orecchie, chiudere gli occhi, dormire o fare finta.

«Vuoi ascoltare?», chiede a tutti, e stasera tocca a lui; perché se qualcuno dirà «dimmi», e la guarderà negli occhi, fendendo l’acqua con la spinta di mani e piedi lei tornerà su, intatta, libera dal viluppo di legno fradicio e alghe e dalle bocche dei pesci; le mani dei ritrovati compagni di viaggio la isseranno a bordo e a ritroso solcheranno il mare tornato disteso e luccicante, fino a toccare la riva dalla quale sono partiti.

Lui ritira la mano, si sta già alzando, è impaziente. «Andiamo».

©Daniela Scudieri, 2018

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