Scattomatto [8] di Daniela Scudieri

© ph. D. Scudieri

MUSICOTERAPIA

Martedì, ore diciotto. Scende dall’auto di mamma ferma al semaforo rosso, conta centodue passi attraverso la piazza con la statua dell’uomo a cavallo che prende a sciabolate il rombare del traffico; ecco il portone, le nove piastrelle di marmo – calpesta solo le bianche, le bianche – tre rampe di scale, la porta socchiusa.
Ciao, dice allo specchio. A casa di Eugenio tutto è di vetro: il lampadario che pende dal soffitto del salone come un gigantesco grappolo d’uva, i tavoli, le sedie, le porte. Persino l’aria è freddo cristallo, pronto ad andare in frantumi al suo primo starnuto.
Nel salone Frau Kruger ha già spostato le poltrone per piazzare i leggii; ecco che apre lo spartito con un colpo secco, schiocca le dita per imporre concentrazione. Via le scarpe – postura, contatto con la terra. Tocca a Eugenio accostare per primo il violino alla guancia, impugnare l’archetto, mentre lui aspetta il suo turno seduto sul divano semicircolare, le gambe ciondolanti nei calzettoni, contando i listelli del parquet, i petali dei tulipani in vaso, le riviste d’arte geometricamente disposte sul tavolino. Raddrizza la schiena: a casa di Eugenio tutto è dritto come un fuso, le lampade a stelo, le spalle della colf che traffica in cucina scampanando con le pentole, le piante che tendono il collo verso i finestroni, la schiena della sorella di Eugenio seduta immobile alla scrivania, la madre di Eugenio in rapido passaggio con il telefonino incastrato tra orecchio e spalla – una porta sbatte, scroscio d’acqua, poi tacchi sul parquet, tintinnare di chiavi, la schioppettata della porta d’ingresso. Le scale musicali stridono piegandosi ai comandi della Frau, aspri risucchi da lavandino ingorgato. Per resistere all’impulso di tapparsi le orecchie, l’unica salvezza è cercare nello specchio gli occhi del bambino in cornice, quello strano ometto in posa su una mensola della libreria. Tutti i martedì lui e l’ometto si studiano, a distanza. Un po’ assomiglia a Eugenio ma è scuro di capelli. Lo chiama Riccardino, nome pescato a caso tra quelli dei tanti bambini chiusi tra i fogli di carta velina dell’album della nonna – questo è il bisnonno che diventò ricco in America, questo poi morì in guerra, quest’altro – Impalato, l’occhio fisso sulla Frau che batte il tempo con ampi, impostati movimenti, Eugenio continua a spremere lamenti dal violino. Dritto, stai dritto, nicht nicht nicht.
Oggi per la prima volta nota che Riccardino ha l’angolo delle labbra rialzato in un sorrisetto di ironia o compatimento. Ma tu, vorrebbe dirgli, tu non sei stufo di startene lì fermo?
Intanto le note si sono pian piano aperte la strada e avanzano una dietro l’altra ballonzolando appese a un filo per le manine; ora che hanno sgranchito le gambette arrugginite, prendono a scorrazzare in giro, cadono, si rialzano fischiettando tutte insieme, libere come un venticello. Vento: e se gli facesse volare via il cappello che tiene in mano? Infatti ecco che è rotolato sul parquet, proprio ai suoi piedi, ecco Riccardino che cerca di riacchiapparlo. Uno di fronte all’altro, i due bambini si guardano. Poi scoppiano a ridere rincorrendosi tra scarti e spinte, e tutto il vetro va in mille pezzi.

© Daniela Scudieri, 2017

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