Scattomatto [7] di Daniela Scudieri

© ph. D. Scudieri

ANELLI

Hai perso l’anello che ti hanno regalato i Mijovic.
Ce l’avevo al dito fino a un attimo fa, ripeti disperata mentre rovisti tra le bucce nel secchio dell’immondizia, butti all’aria i panni sporchi nella cesta, le scartoffie sulla scrivania, apri e chiudi cassetti, guardi sotto i mobili. Niente. Sarà scivolato giù per lo scarico del lavello mentre pulivi gli spinaci – no comment, scuotono la testa i figli. Piangi. Tutto si confonde e appanna mentre abbracci senza parole i piccoli Hassan e Petar che Hasna e Zlatko, impacciati negli abiti della festa e un po’ a disagio tra tanti sconosciuti, hanno spinto avanti a porgerti la scatolina – i loro sorrisi a finestrelle, la folla di invitati un po’ brilli, i calici che si alzano e tintinnano nel brindisi agli sposi.
Ancora più indietro. Nell’atrio dell’ex ospedale psichiatrico, ora centro di accoglienza, Hassan impaurito si copre gli occhi con le manine, Petar sventra rabbioso un cuscino con l’aiuto di una biro e Ajla, la sorellina dalla testa liscia come un uovo e un fiore maligno sulla coscia, ride alle baruffe dei burattini che tu e gli altri ragazzi volontari muovete dietro un lenzuolo. Nei loro occhi bruciano ancora le case, esplodono le granate. È stato quello l’inizio. Poi ci sei tornata da sola. Ogni domenica, nella loro stanza di scatoloni e mucchi di abiti regalati dalla Caritas; provando a decifrare sulla fronte corrugata di Zlatko che schiaccia un mozzicone dopo l’altro nel posacenere, di Hasna seduta con le mani impotenti in grembo, il senso dei notiziari diffusi dalla radio in schegge di voci incomprensibili. Tra gesti e parole indicate sul dizionario tascabile torna in piedi la loro casa data alle fiamme, si rialzano i parenti abbattuti dai cecchini. Ti aspettano alla finestra. Hasna stira un sorriso se ti versa il caffè alla turca, se lanci la palla a Hassan e Petar nel lungo corridoio dove riecheggiano lingue diverse. Ajla ha imparato a correre sulla gamba rimasta puntellandosi sulle stampelle e la protesi giace sul pavimento nel mucchio di giocattoli. A volte uscite: il prato fiorito tra i padiglioni, la spiaggia – le onde rotolano nelle pupille sgranate. Piccole infiltrazioni di bellezza.
Così imparano pian piano a chiamare questa stanza casa; il tuo nome, addolcito nella loro lingua in una cantilena di vocali allungate, Saara, sembra chiamare un’altra persona.
Intanto succedono cose, esperienze si intrecciano misteriosamente.
È stato per Ajla o per la mia Anna?, ti chiederai rivedendo l’immagine di Hasna che si aggrappa a te singhiozzando. E questo bambino nella fotografia è Hassan o uno dei miei? Negli anni una strana somiglianza li sovrapporrà, si mischieranno i ricordi.
Ora è il momento dei saluti. Abbracci, addii, penoso senso di vuoto: saltiamo tutto questo, la guerra è finita, si volta una pagina. I primi anni qualche lettera e fotografia va e viene, poi tra le due sponde resta soltanto il luccicare dell’Adriatico.
E mentre butti all’aria la casa cercando l’anello, li vedi raggruppati sulla porta d’ingresso. Sorridono impacciati, Hasna non ha un solo filo bianco nei capelli da zingara, Zlatko è stempiato e un po’ curvo, i bambini due giovani muscolosi – Finalmente. Quante cose dobbiamo dirti.

© Daniela Scudieri, 2017

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