Ricattare un santo in mancanza di Nembo Kid [5] di Normanna Albertini

POVERO PAPA

S’è trasformata in un’entusiasta supporter di Bergoglio. Ogni volta che lo vede spuntare in tivù, si mette sull’attenti. Se è sdraiata si siede; se prima guardava il pettirosso – o le cince, i fringuelli e le gazze – sul balcone, all’improvviso non se ne interessa più. C’è il papa, e bisogna seguirlo.
«Povero papa anche te», dice, «tu parli, parli, ma nessuno ti ascolta».
Davanti all’Angelus domenicale si presenta religiosissima, tuttavia credo che a esercitare su di lei un forte carisma, più che la fede, sia la figura imponente del papa. Sono convinta che le ricordi mio padre e che sia attratta dal suo aspetto fisico, dal sorriso rincuorante.
Le rimane ben poco delle prediche e dei discorsi: la malattia non permette ai concetti di fissarsi abbastanza a lungo nella sua memoria tanto da poterli poi riutilizzare e collegare. «Madonna… come faranno a dar da mangiare a tutta quella gente lì?», esclama, riferendosi alla folla in Piazza San Pietro. «Va’ là che ne hanno di bocche da sfamare!» Sotto sotto, penso che sia felice e sollevata: non tocca a lei metterli a tavola, non tocca a lei preparare il pranzo.
Caro santo fraticello, alle donne è sempre toccata la parte di Marta, hai presente? Cucinare e faticare anche nel dì di festa, faticare anche di più degli altri giorni, tribolare proprio, alla faccia del terzo comandamento: ‘Ricordati di santificare le feste’, che poi, subito dopo, c’è ‘Onora il padre e la madre’, e sai che onore far tribolare mamme e nonne anche la domenica! Le dico che no, non è il papa ad invitarli; rientrano a casa loro, oppure mangiano nei ristoranti. Non mi crede. Temo li confonda con i profughi che vede sbarcare dai barconi: «Vanno tutti giù per l’acqua, vedi? Poveretti… Povero papa, come farà a dargli da mangiare?»
In che rapporto eri tu, santo mio con cui parlo ogni sera, con i papi e con i vescovi? In realtà, ti chiami Francesco pure tu, hai esattamente il nome da papa del papa e del poverello che ammansiva i lupi. Il lupo di Gubbio. Forse quel lupo era davvero un animale feroce, oppure un bandito, un criminale, eppure io penso che quel lupo fosse soltanto il dolore, la paura, il buio che ognuno di noi incontra nella vita; il dolore può trasformarti in belva, in bandito; può diventare crudeltà, devastazione. Il dolore è forza tenebrosa, è un lupo feroce, ci fa dimenticare la sua parte nobile e fiera. Ci fa dimenticare che è energia da non sprecare e da indirizzare. Ma quanta fatica.
Il dolore fa male, non è bello per niente. E non è mica facile incontrare dei fraticelli d’Assisi che ti tendono una mano per aiutarti a reindirizzarlo. Mia madre guarda Bergoglio tendere la mano a tutti, e crede che se li porti pure a tavola, anche se poi non sa come farà a sfamarli.
Mio padre esprimeva spesso perplessità sul fatto che si potessero nutrire le masse di persone che vedeva al telegiornale, fossero pure migranti, scioperanti, tifosi in trasferta, folle ai concerti rock. Nato nel ’29, aveva conservato la memoria della fame, di quanta fatica costi lavorare la terra per prodursi il cibo, di quanto valore abbia il cibo stesso rispetto ad altri beni non necessari.
In ospedale, una domenica gli lessi il menù e gli chiesi se poi glieli avevano portati davvero, i cappelletti in brodo: «Sé, i’m iàn dâ, i’èrne bùn», pausa di riflessione, «i’ ho ànch cuntâ: i’ èrne quèndze!»*, e scoppiò a ridere. Quelli come lui, le privazioni le avevano talmente introiettate da ritrovarsi mutati dentro, in ogni cellula e nello spirito. Il loro sguardo sul futuro si era deformato per sempre.
La miseria marchia a fuoco e non te ne liberi più, nonostante l’avvento dell’abbondanza e il pane quotidiano – e companatico – in tavola. La miseria non è un bene e non fa bene, caro santo mio confidente. Annienta, esattamente come la troppa ricchezza.
Doveva andare alle elementari, mio padre (che era bravo e voleva frequentare la quinta anche se non obbligatoria), ma non aveva le scarpe. C’era una possibilità: un paio di calzature in cambio di mezzo quintale di farina. C’era un calzolaio in Via della Scimmia, quella degli ubriaconi del mercato del lunedì a Castelnovo ne’ Monti, e mio nonno decise di portargli in spalla la farina. Prima, però, nonno Carlo aveva mandato mio padre a piedi fin lassù – da solo, e probabilmente scalzo – a farsi prendere le misure. Il calzolaio voleva la farina, non i soldi: a che gli servivano i soldi se poi non c’era pane da comprare?
Mio nonno Carlo aveva dunque caricato un sacco di frumento sul biroccio trainato dalle mucche, poi, con i tempi primitivi del passo animale, era sceso fino al mulino di Fontanabona per farlo macinare. Avrà impiegato una giornata unicamente per quell’operazione; il giorno dopo, sempre a piedi, sarà sceso al mulino un’altra volta e, da lì, avrà portato il sacco della farina in spalla sino a Castelnovo, per consegnarlo al calzolaio.
Ecco perché comprendere come si possano nutrire le migliaia di persone che arrivano ogni giorno da paesi lontani, in stato di assoluta indigenza, per i miei è sempre risultato impossibile.
Secondo mia madre, è comunque il papa ad invitare a pranzo ogni domenica tutti i fedeli in Piazza San Pietro. Non ha una moglie, ma avrà forse una perpetua che, mentre lui predica, cucina per tutti.
«Madonna… certo che alla sua età, un uomo di più di novant’anni…», «No, mamma, non ha novant’anni, ha tanto come te!», dico, sperando che si ricordi di aver compiuto ottant’anni. «Be’, e ti pare giovane? Non saranno novanta, ma quasi… Non vedi come fatica a camminare anche lui, come me?»
Sono anche fortunata, a dire il vero. La nonna di una mia amica, ogni volta che vede il papa in tivù, si mette il ‘vestito dalla festa’, la veletta in testa, le collane, prende la borsetta, accende decine di candele in giro per casa ed è convinta di essere in Vaticano; oppure, di avere accolto direttamente il papa da lei. Il figlio, che vive con lei, dice che nemmeno se si facesse dieci canne in una volta avrebbe gli effetti allucinogeni che gli fa provare sua madre.

Mia mamma guarda il papa e si dimentica di andare in bagno. Chissà come faranno i papi, i vescovi, i cardinali, tutti dell’età – o più vecchi – di mia madre, a non farsela addosso durante quelle lunghe liturgie? Possibile che nessuno di loro abbia le disfunzioni che, normalmente, colpiscono gli altri anziani? Non ci credo. Certo: fatico a immaginarli con i pannoloni, sotto le loro palandrane.
Mi sono fatta mandare quelli a mutandina (li passa il Servizio sanitario nazionale, per chi ha un’invalidità totale), e poi ci infilo dentro uno di quelli a striscia. Se non altro, l’impermeabilità è ulteriormente garantita. Tuttavia, mia madre si dimentica di andare in bagno, e brontola quando glielo ricordo, si arrabbia proprio, dice che le sto sempre addosso. È tutto un cambiare pannoloni e aumentano i sacchetti dell’immondizia da portare al bidone. Si è allungata la vecchiaia e i vecchi producono immondizia, non saggezza, com’era ai tempi dei patriarchi biblici.
Caro santo, stasera ero stanchissima, così, quando mia madre si è alzata da sola e ha afferrato il suo bastone, ho lasciato che, da sola, andasse in bagno. Non mi sono mossa. Ho solo sperato che non cadesse. Poi, non l’ho sentita per una decina di minuti e mi sono impensierita. Sono entrata in bagno e l’ho vista seduta sulla tazza… con il pannolone indosso. «Mamma! Ma non l’hai tolto?»
No, non l’aveva tolto. Così imparo ad alzarmi per accompagnarla.

*Sì, me li hanno dati, erano buoni… Li ho anche contati: erano quindici…

© Normanna Albertini, 2018

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