Playlist [5] di Alessandro Morbidelli

ZOMBIE

Tonno. Pesche sciroppate. Olive snocciolate e gallette.
Roba a lunga conservazione, certo.
Nel frigo solo una crosta di ghiaccio soffocata.
«Perché ci fai questo?» chiede lei, dalla sua pozza di sangue.
Infilo la mano nel ghiaccio.
Non ho ancora imparato bene a usare la pistola.
Una volta mi graffio, un’altra mi scotto.
«Non ti abbiamo fatto niente…» gorgoglia lui tra saliva e sangue.
Arraffo tutto quello che penso possa servirmi, perlustro le altre stanze e poi torno nell’ampia cucina dove poco fa la giovane coppia mi ha persino offerto una tazza di latte.
I lamenti crescono di intensità. Mangio più che posso. Non riuscirò a tenerli fuori per molto.Vado in camera, fermandomi di fronte al grande specchio verticale addossato alla parete.
Chissà cosa vedranno, ogni volta, per convincersi a lasciarmi entrare.
Io avrei paura a lasciar entrare una come me. Anche se sono solo una bambina.
Torno in cucina.
L’uomo fa per alzarsi, ma il fiotto di sangue che gli esce dall’addome lo costringe alla resa.
«Dicci almeno come ti chiami…» dice lui.
Non rispondo. Non se ne farebbero comunque niente, del mio nome.«Meglio così, che sbranati da quelle bestie…» dice poi, tenendosi il ventre perforato dal proiettile che gli ho sparato io.
«Ti avremmo aiutata…» rantola lei mentre striscia verso il compagno.
Ma a me non serve il loro aiuto. Io ho già il loro. Nessuno ti protegge dal male meglio del male.
Torno verso il mio zainetto. Metto a dentro la pistola e tiro fuori il barattolo pieno di liquido. Quello che perdono loro, insieme a qualche pezzo.
A volte è così semplice raccoglierlo. Basta mettere il barattolo sotto il costato di uno, o accanto al cranio di un altro. Piscia sempre qualcosa di buono.
Intingo le mani nella melma giallognola.
Passo tutto sulla faccia, sulle braccia, intorno al collo, verso la rimanenza sui capelli.
Torno a essere una di loro. Finta.
Fuori, ormai, c’è il rumore della folla.
Barcollo verso la porta d’ingresso e la apro.
I due coniugi non sono ancora morti.
Urlano, mentre gli zombie entrano in casa e si avvinghiano su di loro.
Quando hanno finito ci rimettiamo in viaggio.
In silenzio. Perché la violenza porta sempre al silenzio.
In un angolino della mia memoria risuonano ancora gli spari dei primi tempi.
I carri armati, le bombe.
Ci hanno provato. Persino i miei genitori.
Adesso è solo un sottofondo, sempre più lontano, per giunta.
Non sento rimorso. Non provo dolore.
Perché a me, in fondo in fondo, l’umanità è sempre stata sul cazzo.
E con i morti mi trovo bene.

ZOMBIE – CRANBERRIES

©Alessandro Morbidelli, 2017

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