Playlist [4] di Alessandro Morbidelli

© ph. A. Morbidelli

© ph. A. Morbidelli

NOTHING ELSE MATTERS

«È morto Sveltì…» dice Ennio mentre asciuga un boccale vuoto. Mi guarda da sopra i baffi folti. Poi Marcello gli chiede un caffè e mi lascia stare.
Scivolo con la mano sotto il bordo del tavolo tondo. Il rischio di trovarci una gomma attaccata è alto, eppure non riesco a farne a meno.
«Ci andiamo al funerale?» mi chiede Pifo dalla sedia accanto alla mia.
L’orologio dietro al bancone del bar segna le 15:04.
«Sì…» rispondo.
«E la figa? C’è la figa al funerale?» mi chiede il Re. Sta in piedi il Re. Il Re è sempre agitato.
«La figa c’è dappertutto, Re. Dappertutto. ‘Sto paese si chiama così perché qui c’è tutta la figa del mondo. Oh! Tutta sugli ottant’anni, ma sempre figa c’è!» gli risponde Pifo.
Il Re si piega dalle risate. Storce la bocca in una smorfia e fa Bleah, che schifo la figa di ottant’anni.

Il belvedere è pieno di gente. Dal parapetto in mattoni si apre la valle. Piena di verde e povera di persone. Verso la piana c’è la tenuta di Martino, che quando l’ufficio tecnico non concesse le autorizzazioni per la sua piscina diede fuoco alla macchina del sindaco. Poi c’è l’albero del morto. Ci si è impiccato un ragazzo di cui nessuno ricorda più il nome. Lo fece per una delusione d’amore. Tutta colpa di quella puttana. Certo. Tutta colpa di quella donnaccia. Ché gli ha mangiato la testa e i pensieri.
«Si è buttato di sotto da qui, è andato giù de testa!» dice Teresa dal muso aguzzo.
Chissà se Sveltì ha pensato all’albero del morto. Chissà se adesso lo chiameranno il belvedere del morto.
«Ma se te eri in negozio! Come hai fatto a vederlo?»
«Eh! L’ho visto, io c’ero, porcamado’!»
«Certo che Sveltì era strano, ma era un poro Cristo, che ne sai che gli passava per la testa…»

«La senti quest’aria, Pifo? C’è la brace. C’è l’odore dei camini e della cenere…» gli dico.
La piazza è deserta. Non ci sono più nemmeno i gatti.
«Madonna che discorsi filosofici che fai oggi. Ti deprimi? No, eh? Ché già c’è il Re che non capisce ‘n cazzo… Ci siamo noi, amico mio, noi. Lascia perdere la filosofia…» dice Pifo.
«Non credo sia filosofia…» gli dico.
Scendiamo a passi lenti. Io, Pifo e il Re. La nostra è una fila indiana di andanti con calma. Oltrepassiamo finestre piccole con le sbarre di ferro arrugginito, sedie sfondate su cui possono stare solo i culoni dei vecchi, d’estate, a raccontarsi i cazzi di tutti, e gradini sbeccati.
Nel silenzio dello slargo, sento solo il rumore della campana. Io sto zitto. Parlano loro.
«Non c’è bisogno che la prendiamo tutta, no? Entriamo dopo il segno di pace. A me fa schifo il segno di pace, davvero.»
«Eh, ma se ci mettiamo vicino alla figa?»
«Poi fai come quell’altra volta, che a Chiara non le volevi più lasciare la mano, mezzo scemo che sei, dio bono…»

Ogni volta che entro in chiesa mi fanno paura anche le colonne. Sono grigie e alte e senza dubbio morte. Mi fanno paura come le navi da crociera, perché so che non potrò spostarle mai. Io credo in Dio più di chiunque altro. Per questo lo odio.
«Cerco fiducia e la trovo in te. Ogni giorno per noi qualcosa di nuovo…», a don Giuliano piaceva menare le mani, quando eravamo piccoli.
Passo dopo passo, io, Pifo e il Re, al centro esatto della navata, nel mezzo sporco delle coscienze in purgatorio, punti di convergenza degli sguardi venerabili e veneranti, raggiungiamo le prime file. Vogliamo che Dio ci noti bene.

«Oh, la figa non c’era, però…»
Striscio la mano sulla staccionata dei giardini. Il rischio che un scheggia di legno mi si infilzi nella carne è alto, ma non posso farne a meno.
«Dono Giuliano è proprio stronzo. Hai sentito che ha detto di Sveltì?» mi dice Pifo.
«Fregate di ciò che dicono. Fregatene dei loro giochetti. Fregatene di ciò che fanno, di ciò che sanno. Fregatene…» gli dico io.
I lampioni si accendono senza disturbare. La luce arancione è un riflesso pallido del cielo che tramonta. Arancione è anche la via che sale verso il monumento ai caduti. Piena di foglie e di mozziconi. Casa di Adele è in alto, poco prima della curva.
Arriviamo dritti al cancello di ferro.

«Vi ho visti in chiesa. Avete proprio la faccia come il culo, senza vergogna…» e poi Adele sputa per terra. Ferma dalla parte opposta del cancello, stretta in una mantella a quadri rossi e gialli e neri, il pigiama di flanella sotto e un paio di scarpe che sembrano da uomo. Se le è messe in fretta, per paura che passassimo via senza fermarci. Ha le sopracciglia folte, le occhiaie fonde, le iridi nere. Dentro ha l’amaro spremuto di chi vorrebbe odiare, ma non lo sa fare. Loro, dopotutto, sono sempre stati i più adatti.
Mi avvicino e le faccio un cenno. Muovo le labbra senza dire niente. Lei dice Eh? e si sporge.
Allora lascio passare un braccio tra le sbarre, la afferro per la mantella e la tiro forte verso di me, contro il cancello. Sbatte la faccia sul ferro, poi crolla giù. Inizia a piangere mentre una riga rossa le compare sulla fronte.
«L’avete ucciso voi…» dice, mentre striscia le mani per terra, tra la ghiaia. Il rischio che il suolo umido le sporchi le unghie è alto. Mi abbasso e faccio lo stesso, perché non posso farne a meno.
«No. L’abbiamo ucciso tutti…» le dico.

La macchina delle sigarette non funziona. Pifo bestemmia perché gli toccherà aspettare che riapra Giselda, non prima di domani mattina.
«Mi racconti un’altra volta di come è Ibiza?» mi chiede il Re.
Lo guardo e sorrido. Ci sediamo sulla panchina che dà sulla piazzetta delle Poste. È notte e i muri di pietra mi sembrano minacciosi. Ci ridono in faccia.
«Immagina il mare più bello che tu abbia mai visto. Dove non c’è il mare c’è una festa. Là puoi dire che la vita è tua e che la vivi a modo tuo e nessuno ti rompe le palle…»
«C’è la figa, vero?»
«Sì, c’è la figa…»
Rimane per un attimo in silenzio. Poi guarda verso il cielo e scoppia a ridere.
«Mi prometti che mi ci porti un giorno?»
«Sì, te lo prometto…»
«Cerco fiducia e la trovo in te, come dice don Giuliano. Mi fido di te!»
Dietro di noi Pifo prende a calci la macchina metallica.
Domani sarà come oggi. Con uno Sveltì in meno.
Eppure noi, Adele e Sveltì, tutti quanti, saremo sempre così vicini.
Non importa quanto lontani.
Alla fine, nient’altro conta.

© Alessandro Morbidelli, 2016

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