Playlist [10] di Alessandro Morbidelli

© frame dal film La vita di Adele

IN A SAFE PLACE

Mi chiamano Dino.
Come mio padre, che si chiama Chigozie.
I colleghi del cantiere lo chiamano Dino il negro e allora è giusto che tutti chiamino Dino anche me.
Lo sanno tutti che non mi chiamo Dino, anche i docenti oggi riuniti davanti alla palestra della Scuola Media Giovanni Pascoli.
Lo sanno eppure quando mi chiamano sul palchetto, chiamano Dino. Dino Ukmebu.
La professoressa Ivana Zampetti è sempre stata una brava docente. So che è merito suo se oggi qui, in questa giornata di inizio luglio. Il premio allo studente migliore, una targa e un buono di cento euro da spendere nella libreria del paese, viene assegnato a me e non a Briselda, la figlia del medico, quella che mi chiama “scimmia”. Sentii la Zampetti, un giorno, disre alla Mereu che Dino, rispetto alla brillante bionda con le treccine, ha dovuto imparare la lingua, e che è stato straordinario il modo in cui Dino si sia integrato alla perfezione con il programma scolastico, come Dino abbia saputo destreggiarsi bene in una realtà che non conosceva. La Mereu le ha risposto che per lei, alla fine, andava pure bene premiare un negro, così la scuola faceva una bella figura e non si poteva dire che si fosse razzisti.
Adesso mi chiamano. Chiamano me, Dino, lo studente di seconda media promosso con il punteggio più alto. E io li sento i mormorii della gente.
Mentre salgo i gradini del palchetto, Omar Plizzari fa il verso della scimmia. Lui, studente di terza, frequenterà le medie anche il prossimo anno. Lui, Omar Plizzari, è stato il mio incubo per due anni. Dalle botte agli insulti, ai quaderni stracciati, ai libri imbrattati, alle scritte sui muri del bagno su mia madre, che per comprarmi quei libri e quei quaderni si spezzava la schiena in cooperativa. Non mi mancherà l’anno prossimo. Perché quando li osservo tutti, genitori e studenti della Scuola Media Giovanni Pascoli, riuniti di fronte al palchetto, so già che di questi volti non ne vedrò più nessuno. Tra qualche giorno partiremo per la Francia.
«Dino, complimenti! Ecco la targa al miglior studente del secondo anno! E vorrei far notare a tutti come il premio a questo ragazzo stia a indicare l’apertura mentale della scuola e il suo essere multiculturale!» dice la Mereu di fronte al pubblico che non applaude.
Poi continua: «Dino, vorresti ringraziare qualcuno per questo premio?»
Certo che vorrei ringraziare.
Allungo la mano e prendo il microfono. Le casse fischiano, ma solo per un attimo.
«Vorrei ringraziare tutto il paese e tutta la scuola, perché ci hanno accolti quando l’unica cosa che contava per noi era mettere in salvo la nostra vita. Abbiamo cercato un luogo sicuro e l’abbiamo trovato qui, grazie davvero…»
Qualche applauso si alza, qualcuno urla dalle retrovie un “tanto noi manteniamo tutti”.
Però io non ho ancora finito.
«Vorrei ringraziare la professoressa Zampetti, che mi è stata molto vicina, e la professoressa Mereu che a dicembre ci ha fatto disegnare la Natività. Io sono cattolico, sapevo cosa significasse, i miei compagni Mohammed e Nazri invece hanno potuto regalare ai propri genitori immagini che di sicuro non hanno visto spesso, e magari le hanno appese in casa…»
Lo sguardo della Zampetti si abbassa mentre si mordicchia un labbro. La Mereu si applaude da sola.
«Ma più di ogni altro vorrei ringraziare Omar Plizzari…»
Lo cerco con lo sguardo. Sembra l’abbia morso un serpente velenoso, di quelli che ti paralizzano all’istante. Glielo leggo negli occhi, il desiderio di pestarmi.
«Da quando sono arrivato in questa scuola, Omar ha sempre avuto premura di non farmi mai mangiare la merenda. La prima volta che mi vide con un panino al prosciutto, mi disse che non potevo mangiarlo perché i musulmani non mangiano il maiale. Io glielo dissi che sono cattolico, ma lui ha continuato a mangiare ogni mio panino, per due anni. Tanto che quei pochi giorni che sono stato malato, credo non abbia proprio mangiato nulla…»
Sento un clacson suonare dal centro. Un cane risponde. Ma è tutto così lontano. Davanti al palchetto, solo silenzio. Un silenzio irreale.
«Omar, abbiamo passato ogni intervallo, di ogni giorno, insieme, per due anni. Quindi ti ringrazio. Ti ricordi quando mi dicevi che quelli come me si mangiano tra di loro? Quando dicevi che mettiamo i bambini al caldo e poi li mangiamo? Sei sempre stato un po’ esagerato, però su una cosa avevi ragione: a noi piace il cibo caldo…»
La Zampetti ha una strana luce negli occhi.
La Mereu è seria. Mi guarda male.
«Per questo motivo, Omar, per due anni, tutte le mattine, ho tenuto la merenda nelle mutande, in un posto sicuro, sicuro come questo paese e la sua gente lo è stato per me e per la mia famiglia. Per offrirti cibo che non fosse freddo. Prosciutto, cotto o crudo, mortadella, salame, coppa. Tutto dentro le mutande, per le prime due ore, a scaldare bene. Rimettevo le fette nel pane un attimo prima che la campanella suonasse. Quando tu e Briselda vi baciavate prima di rientrare in classe sono sicuro che anche lei abbia sentito più di una volta che avevi mangiato qualcosa di davvero buono.»
Prendo la targa dalle mani della Mereu e la alzo al cielo.
«Grazie a tutti! Grazie per averci accolti in questo luogo sicuro! Ricordatevi di me, Akinwunmi Ukmebu, io vi porterò sempre nel cuore!»
Scendo dal palco. Nessuno applaude. Omar Plizzari è chino su un’aiuola. Poco più in là, i conati di Briselda mi confermano che questi due sono proprio fatti l’uno per l’altra.
Solo che io non assisterò ai loro baci futuri, se ve ne saranno.
Io e la mia famiglia andremo verso un altro luogo sicuro.
Magari lì mi chiameranno Jean.

© Alessandro Morbidelli, 2017

The Album Leaf – In a safe place

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