Piccole storie [17] di Barbara Garlaschelli

foto da web

VIRGINIA

Eccoci qui, tu sepolta da tubi e flebo e aghi, attaccata ai monitor come un neonato al cordone ombelicale, io seduta su una sedia di plastica nera su cui chissà quanti altri hanno pianto le loro lacrime di disperazione.
Solo che io non piango. Le mie ciglia sono asciutte come fili di ragnatele appese a una finestra al sole. Me ne sto qui, irrigidita dalle tante ore trascorse a guardarti dormire il tuo sonno senza sogni e senza risveglio e continuo a dire “No” a tutti quelli che mi invitano ad andare a casa, a riposarmi un po’.
Voglio restare a guardarti; voglio imprimermi bene nella mente il tuo viso concentrato e distante, stranamente sereno. Chissà cosa vedi, lì dentro quella bolla in cui ti sei infilata a centocinquanta all’ora? Chissà se è buio o se c’è luce? Se senti dolore o sollievo?
Mi hanno spiegato che non puoi sentirmi, ma che è bene che ti parli, che la voce e la musica fanno miracoli. Così ho cominciato a parlarti, a snocciolare storie che ci riguardano, che ci hanno viste insieme, fermandomi sempre in tempo, sempre prima della fine. Perché la fine non la può sentire nessuno, vero?
Cosa direbbero questi stregoni in camice bianco che si avvicinano a un monitor, che controllano una flebo, che ti tastano un polso, cosa direbbero se ascoltassero per intere le mie storie? Le nostre storie.
Mamma ci aveva fatto giurare di non dividerci mai, nemmeno se la vita ci avesse provato, ricordi? E noi, con il cono in mano e la lingua protesa verso il gelato, avevamo annuito, tanto cosa ci costava?
Tanto ci è costato.
Solo che mamma si è dimenticata di dircelo, piccolo particolare insignificante. Si è dimenticata di dirci che non sempre essere sorelle equivale ad approvarsi senza condizioni. Che può capitare che le sorelle si detestino al punto di provare vergogna dei propri sentimenti maligni e che, nonostante ciò, continuino a vivere insieme, come tigri nella stessa gabbia.
Adesso che ti vedo inerme, sento un gran peso sul cuore. Non è andata come volevo. Non volevo essere costretta a osservarti come un insetto al microscopio, studiare le rughe sul tuo viso, i capelli sciolti sul cuscino, la bocca carnosa e un poco, così indifesa.
Sapevo che te ne saresti andata prima di me. Doveva succedere: andavi come un demonio in automobile; fumavi quaranta sigarette al giorno; non avevi mai lo stesso uomo per più di un mese; le vacanze le facevi nel mezzo della foresta Amazzonica, in Africa, nella jungla, nel deserto… Era solo questione di tempo, lo sapevo, e te ne saresti andata in permanenza in qualche remota galassia.
Ma questo non me lo aspettavo: questa tua ostinazione nel non volermi abbandonare. Questo tuo caparbio desiderio di non staccarti da me.
Ricordi cosa diceva mamma? «Le mie due perle». In realtà, l’ho sempre saputo, io ero la perla, tu eri l’ostrica che mi conteneva. Buona, l’ostrica, ma in quanto a bellezza…
Eppure tu hai sempre avuto un tale successo con tutti… uomini, donne, cani, gatti, canarini.
Sex appeal, lo chiamano. Sex appeal…
Una puttana eri, questa è la verità. Ti davi con la stessa facilità con cui un fiore offre nutrimento a un’ape. In cambio succhiavi la vita di chi ti stava vicino. Quelli che ti frequentavano sembravano quasi appassire con il trascorrere del tempo, come se davvero tu togliessi loro ogni linfa vitale.
Eppure erano felici… d’altronde l’umanità non ha mai brillato di intelligenza e intuizione.
Vederti ora, immobile e remota, è uno spettacolo strano e seppur un tantino fastidioso – soprattutto per via di questa sedia che mi sta spaccando le reni – affascinante.
Le mie due perle.
Ti potesse vedere ora, la mamma. Lei che ti ha mandato a studiare a Ginevra perché dovevi diventare la guida di casa, l’amministratrice dei nostri beni. In effetti i nostri beni li hai amministrati: il nostro patrimonio è cresciuto sensibilmente e, di questo, mamma te ne sarebbe grata.
È il prezzo che ho dovuto pagare io che non era previsto. Non da me, di certo.
Ti sei sposata con l’uomo che io amavo, hai avuto i figli che io volevo e li hai lasciati per andartene in giro come una zingara.
Essere costretta a dipendere da te in tutto – soldi, tempo, pensieri – solo perché mamma diceva che ero troppo incosciente, che non sapevo distinguere il giusto dallo sbagliato, che ero incapace di badare a me stessa. Tu facevi follie e io ero l’incosciente…
Anni vissuti venendo spostata come una pedina sulla scacchiera. La tua scacchiera.
Il risultato di questa vita è che non ho un ricordo mio e adesso che mi hanno chiesto: “Le racconti qualcosa”, non so cosa dirti, posso solo inventare frottole. La mia esistenza è una tabula rasa, la mia memoria un lenzuolo lavato di fresco, i miei ricordi sono trasparenti come ali di mosche.
Io ho solo passato la vita ad aspettare che te ne andassi, che mi lasciassi libera, che la tua ombra si spostasse per poter prendere un po’ di sole.
Ma tu non te ne vuoi andare. Mi vuoi ancora qui, vicino a te, non vuoi mollare mai, vero?
Se ora allungo la mano e stacco questo filo, questo filo sottile che ti tiene attaccata a una macchina e al respiro artificiale, ora che non c’è nessuno, tu te ne andrai.
Non io che dipendo da te, per una volta nella vita, ma tu che dipendi da me.
È questo, dunque, il potere?

«Signorina?»
La donna girò con lentezza la testa nella direzione da cui era arrivata la voce.
Il medico la guardò con simpatia: da una settimana stava vicino alla gemella senza allontanarsi quasi mai, senza un lamento.
«Sì?» La sua voce era sottile come quella di una bambina.
«Mi dispiace doverle dire che la situazione di sua sorella è grave. Speravamo che in queste ore sarebbe migliorata… È in uno stato di coma vigile.»
«E cosa significa?»
«Che probabilmente si riprenderà ma non ritornerà mai più quella che lei conosceva. Avrà bisogno di assistenza continua, di aiuto. Lei non ce la farà da sola.»
Il medico vide la donna ritirare piano la mano dal braccio della gemella, quello a cui erano applicati i tubicini che la collegavano al respiratore. Un gesto colmo di pudore, pensò l’uomo.
«Ce la farò» rispose risoluta.
«Mi dispiace» disse senza saper cos’altro aggiungere.
La donna annuì, in silenzio, e spostò gli occhi sul viso liscio e assente della gemella.
Il medico si girò e fece due passi, poi si fermò e voltò di nuovo la testa. Gli pareva di aver sentito la donna mormorare qualcosa. Qualcosa come “Questo, dunque, è il potere”. Ma quando la guardò capì di essersi sbagliato.
Non ritornerà mai più quella che conosceva. Avrà bisogno di assistenza continua, di aiuto…”
La donna se ne stava rigida e silenziosa sulla sedia, le mani in grembo e gli occhi fissi su quelli della gemella.
Sorrideva.

©Barbara Garlaschelli, Nemiche, 1997 Frassinelli

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