Passaggi di stato [6] di Francesca E. Magni

© Tanguy, di Barbara Garlaschelli

© Tanguy, di Barbara Garlaschelli

Cinque racconti a lieto fine
Divagazioni scientifiche a Lisbona

2.
La visione buia

Occhio a pensare immediato. I riflessi spontanei si impossessano di Tanguy, che non riconosce più la causa dal suo effetto, tale è l’abitudine al tuffo nel circolo vizioso. Come in una partita di tennis iniziata chissà quando, Tanguy recrimina sulle colpe altrui e proprie e si innervosisce alquanto. Viaggia nascosta sotto al tram 28, le solleticano la schiena tutti quei rimbotti. Sussulta ad ogni curva, lungo le discese, fra una fermata e l’altra, fino al capolinea, all’andata e al ritorno. Dopo l’ultima stretta salita decide di scendere al Miradouro de Santa Luzia, azzurro di cielo e di porcellane stinte.

Sale svolazza fino alla collina del Castello. Nella camera oscura dentro alla torre identifica le sue mura brulicanti e pensa siano lì dentro, anche se fuori. Si capisce il trucco solo quando compare la luce: erano fuori e molto più grandi. “Però anche dentro al buio della torre e, ancora più piccole, nelle pupille” è tentata di pensare, non trova più il trucco, se c’era. Sono fuori o dentro alla sua mente? Chi ha iniziato per primo il gioco, la realtà osservata o lo sguardo di chi osserva? Che siano nati insieme, come l’uovo e la gallina?

Le vertigini impediscono alla figurina di attraversare le altezze delle mura e così ripiega piano verso il basso. Ogni traslazione cambia i termini e così, alla rovescia, l’alto diventa il suo opposto e viceversa, come la destra la sinistra, il bene e il male. Il bisogno ancestrale di un punto fisso è un vizio da tenere alla larga, perché rispetto a lui tutto diveniva chiaro e quasi innocuo. Ora invece non ci si può nascondere, se non all’interno delle parole.

La filosofia porta al disprezzo della conoscenza così come la si conosce, pensa Tanguy in un impeto di nervosismo. Trascina verso il disagio fisico di chi capisce il proprio limite e deve scegliere come unica strada la rassegnata accettazione di un continuo lottare.

Tanguy è uscita dalla vetrina e si ritrova pezzo di cartone nello spazio, dove tutto ha già avuto inizio molto tempo prima, nella condizione umana di chi nasce già con un patrimonio antico dentro sé, senza volerlo, e che deve gestire un caos (interno ed esterno) antecedente. O dove forse il “sé” è un concetto in disuso, deviante, sbagliato – diciamolo! – come quello di causa-effetto.

Carta non legge carta, ma cartoncino sì: Tanguy è orgogliosissima delle sue letture – rubate all’odore delle sardine, nella penombra del suo antico nascondino. E cosa legge a questo proposito (= il concetto in disuso della propria identità)? Il titolo è “I fiori del vuoto” che porta la sua fantasia verso tutto ciò che traspare e sboccia. Alle pagine 53 e 54 trova la disquisizione che le interessa, se la rilegge trasognata come un origami:

<<[…] la concezione del rapporto fra il tutto e la parte. Le parti non sono porzioni costitutive del tutto, il tutto non è la sommatoria delle parti, né qualcosa di aggiunto o superiore ad essa. La totalità si manifesta in ogni parte ed è questo che le conferisce realtà autonoma e relazionale insieme. Dato che ogni parte (cosa) è ciò che è in virtù del tutto che la costituisce, se comprendiamo una singola parte abbiamo per ciò stesso accesso diretto alla totalità. […] Questa visione di fondo di compenetrazione e non separabilità della parte e del tutto renderà sostanzialmente estranea al pensiero giapponese ogni teoria filosofica atomistica e ogni forma di individualismo.
[…] l’espressione immediata diretta della realtà in quanto tale. La realtà si manifesta come espressione evidente e spontanea di se stessa: non c’è iato fra realtà ed espressione, fra realtà e natura. Tutto è parte della realtà, è la realtà ad autoesprimersi, compresi ovviamente gli esseri umani. L’uomo compiuto non descrive, non interpreta la realtà, ma ne è lui stesso espressione. La realtà non è un oggetto per un soggetto, ma è sempre soggetto di se stessa in ogni sua forma. Il presupposto filosofico della natura autoespressiva della realtà ha conseguenze nella comprensione del tempo e della storia, e informa di sé l’estetica giapponese.
[…] l’estetica tipica del Giappone, al cui centro sta la nozione di mono no aware, ossia l’intima natura espressiva simpatetica delle cose, venata di tristezza per l’intrinseca transitorietà e caducità che è la vera bellezza di ogni cosa. La bellezza non ha niente a che fare con canoni estetici o con la corrispondenza a un ideale astratto: è invece il volto stesso della naturalezza di ogni cosa, che trasmette la stessa caducità che l’artista sperimenta come persona umana.>> [Giuseppe Jiso Forzani]

Ecco, la camera oscura del Castello appare come un ologramma di tutta Lisbona, che si moltiplica in ogni occhio e cervello di chi è all’interno (della stanza, della città, del proprio corpo…) e all’esterno (ibidem) rendendoci specchietti trasparenti gli uni degli altri e di tutto ciò che costituisce e congloba noi e loro.

Unico rimedio: il volo o la corsa, la camminata, il fluire delle cose. Tanguy sa che dovrà immergersi nelle faccende umane, già ne presagisce l’urto a materasso, il molle confronto, così diverso dalla nera carta.

© Francesca E. Magni

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