Passaggi di stato [5] di Francesca E. Magni e Andrea Blasina

© Tanguy, disegno di Barbara Garlaschelli

© Tanguy, disegno di Barbara Garlaschelli

Cinque racconti a lieto fine
Divagazioni scientifiche a Lisbona

1.
La scatola di sardine
(scritto in parte con Andrea Blasina)


Tanguy è una figurina che di profilo coincide con la propria ombra. Il cartoncino che la compone rende rigidi i suoi movimenti che nell’anima sono fluidi come il fumo. Un fumo che si dirada nell’aria e sorpassa Lisbona.
L’eco del vento la dirige verso l’astratto e il nero cartone di Tanguy si arresta.
Un ciclo regolare di soste e ripartenze, di immersioni del nero nel grigiofumo dell’ombra e di repentine distinzioni, è solo un’illusione: le poche persone, generalmente bambini, che abbiano dedicato il tempo opportuno a osservare ritmi e metri delle evoluzioni della figurina di Tanguy nella vetrina del venditore di sardine di Rua de l’Alma, sanno che il numero d’equilibrismo, fumo sul cartone e riemergere nel vento e riapparire sul riflesso pastellato di Lisbona quando si fa (troppo) tardi, non conosce ripetizioni.
Il movimento, la traccia disegnata dai fili sospesi, non è più variabile del tempo, la carta pentagrammata in cui s’iscrive.
Il quadro che contiene tutte le sue traiettorie è immobile ed è appeso in un altro museo, molto lontano (fra i lavori di Mirò). Lì dentro il moto persiste sulla tela, non si congela come spetterebbe, ma scioglie visioni e opportunità. Una sua copia è nascosta, piccolina, sulla carta della confezione dell’unica scatola di sardine che giace dimenticata a terra. Nessuno la vede, quindi per ora non esiste. Solo Tanguy la contempla col sospetto che sia lo spartito dei suoi voli.
Lo spettacolo però è fuori, oltre la vetrina. Tutto sembra agitarsi al vento che porta l’urlo dell’oceano, dalla polvere dei sanpietrini a terra, fino a quella degli archi aperti al cielo nella Chiesa do Carmo. Particelle d’aria smodate viaggiano lungo linee trasparenti, svettano fra le facciate dei palazzi, precipitano e si innalzano senza sosta. Tutto si muove nell’aria e i pezzetti che compongono il cartoncino che, avrete capito, è la pelle di Tanguy, sembrano accorgersene. Sembra che le fibre nere di quella superficie un po’ ruvida, abbiano percezione della danza spasmodica delle molecole che le stanno intorno, che la disturbano con un pizzicorio continuo di piccole botte, rimbalzi, urti. Che la vita di Tanguy sia propria o dipenda da altra causa? Così vicina e invadente da rimanere nascosta? Che sia lei, l’aria, a creare i volteggi della figurina?
Oppure tempo e moto altro non sono che un abbaglio che imprigiona sotto sale il pensiero.
Tanguy è testarda, si ferma poi riparte e di nuovo riprova e ancora, si sposta, stop, avanti, di lato, su, di corsa, di soppiatto, immobile, giravolta. Ogni passo o piccolo spostamento è così reale da convincerla (lei, che crede – tra l’altro – di essere reale). Convince pure lei! Insomma, viviamoci dentro a questa “realtà”, respiriamola, muoviamoci! Se poi non fosse vero… lo avremmo comunque rifatto. Come se comprendere le cose portasse allo stallo completo, come se il rischio di sapere fosse quello di fermarsi per sempre. Se invece fosse tutto già fermo, in una miscela di spazio e tempo che si dipana su altri orizzonti e alle piccole figurine fosse capitato solo di scivolarci dentro, se invece fosse così, allora… la prigione sarebbe sempre la stessa. Se fosse. Fermo poi rispetto a che cosa? Mah.
La scatola di sardine, lasciata a terra, che ha sulla sua confezione il disegno delle danze di Tanguy, è ferma sul pavimento e corre sfrenata attraverso lo spazio cosmico insieme a tutta la galassia. Osservata per poco è lei, ha una sua forma, come in fotografia. Spiata a lungo invece, oppure vista da molto lontano, è sia appena nata sia appena morta, ognuno la vede come può, nell’immutabile mutamento. “L’idea di spostarci ci serve per sopravvivere” conclude Tanguy “e per ora funziona”.
Un turista passa ignaro davanti alla vetrina. Si chiede perché le sardine siano il simbolo di Lisbona. Tanguy si agita, fumeggia con le braccia, ma il turista fissa qualcosa, forse il proprio riflesso, oppure pensa alla risposta.
Ecco il momento giusto per scappare.

©Francesca E. Magni e Alessandro Blasina

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