Passaggi di stato [3] di Francesca E. Magni

stella cadente

 Disastri

Stella porta le lenti azzurre. Lo studio l’ha resa miope già da anni: la programmazione, l’analisi dati, lo schermo sempre acceso, le richiedono uno sforzo continuo. L’Osservatorio astronomico è isolato e anche di giorno sembra immerso nel buio.

Gli astri per lei si presentano come vaghi indici numerici inseriti nelle formule matematiche standard, le galassie si comportano come tanti pixel di colori e gradazioni proporzionali, il cielo è un algoritmo da compilare in tutta fretta.
I tasti risuonano nella stanza bianca e Stella si è dimenticata di mangiare.
Il lavoro è in effetti pesante in questi ultimi mesi e le cifre si sono impossessate del suo metabolismo.

Si volta all’improvviso, come se ci fosse uno specchio a spiarla, ma è solo il ventilatore inceppato. E per simpatia macchinesca si impalla anche il computer… L’odio per il tecnico – inteso come persona ma anche come universale kantiano – la assale senza ritegno, da trasformarla in una gigante rossa, se si potesse. Dio mio, avere almeno delle carte sulla scrivania da poter buttare all’aria per sfogare la stizza, ma le scrivanie occupano spazio, i fogli tempo. Eliminare un file dà soddisfazione solo se si chiama “politico-di-turno.pif” ma dopo un paio di volte neppure quello. Rabbia.

Tutto sembra procedere a balzi: il suo umore, il video e il riflesso al neon sul viso, il battito nella tempia, lo scatto del collo, le orbite degli occhi.
La soluzione sarebbe muoversi per fare qualsiasi cosa, anche la solita inutile telefonata alla segreteria dell’assistenza tecnica sempre attaccata (a quest’ora poi, di sicuro). Invece Stella rimane immobile come proiettata a secoli luce dal suo stato attuale, per esempio nella sua prima adolescenza, anni dodici, con la pila di fumetti accanto al letto, la luce accesa a tarda notte. A rileggere tutte le avventure, ricordare i dialoghi, le battute più felici, i sapori mandarinati delle caramelle. Lei e la sua sicurezza razional-matematica, lei e quell’ottuso senso di giustiza, lei e i giochi da maschio. Che maschio non è. Lei e i suoi amori irrealizzabili per definizione. Siamo già più avanti, verso i vent’anni e gli studenti-maschi non mancano nella sua Facoltà. Ma mancano lei purtroppo, nessuno colpisce, ognuno pensa alla propria traiettoria ellittica già configurata intorno a un’altra lei oppure parabolica all’infinito. Qualcuno c’era che le gravitava attorno ma era di poco conto, trascurabile, irrilevante, quasi da deprimersi. Lei punta il telescopio sulle sfere esterne, dovrebbe sapere che non esistono, forse lo sa nel profondo, ma non riesce a renderlo accettabile al conscio. Ci sono gli esami da superare, le pagine da capire, da memorizzare, le teorie, tutti quei passaggi, quelle fotocopie annerite. L’amore arriverà dopo, anche se adesso sarebbe meglio.

Qui, all’Osservatorio, non si parla neppure la sua lingua, è un’estranea fra estranei, quello dello studio accanto nemmeno saluta. Lei è in contatto giornaliero via web con l’altra metà del pianeta e con una sezione del cielo ben definita da dove arriva il segnale. Un segnale da inscatolare ed etichettare che fra un po’ diventerà routine pure lui, dopo il tam tam di mail dell’evento (la scoperta!), i preprint esultanti e perfino le pagine di Science, incredibile. Ma, alla fine, solo un altro passo in più nel pantano della scienza contemporanea che prende la rincorsa per affondare meglio.

Stella pensa per un attimo a tutte le immagini registrate dal telescopio Hubble e che mai nessuno riuscirà a vedere, non perché non siano reperibili, ma perché sono troppe. C’è magari un extraterrestre fotografato con un’arma luminosissima puntata su si noi – che magari ha già sparato milioni di anni fa – e che nessuno ha il tempo di rintracciare. Immagini di nuove galassie, segnali impensati, buchi neri, stelle doppie, nane bianche, e chi ne ha più ne metta: l’universo è davvero troppo per la nostra piccola umanità. È già tutto lì in memoria, ma sbiadirà senza scampo. Hubble ha immagazzinato, ha fotografato, ma per chi? Per una specie di Internet dell’astrofisica, stracarica e abnorme.

Come la storia di Borges della mappa che è grande come il territorio. Ti racconto la mia vita, ci metterò una vita.

Il modello dell’universo, le hanno insegnato, è sempre e solo parziale perché frutto di un singolo punto di vista. Come quel cerchio di luce della pila che, in un film di Wenders, illumina una parte di buio alla volta. “L’universo risulta essere sempre qualcosa in più, non riducibile a un singolo modello”. Stella scopre a questo punto di non averci mai creduto, che a lei questa affermazione suona falsa: perché il modello dell’universo è in realtà più ricco e più grande dell’universo stesso, contiene anche una serie di possibilità che l’universo non ha. La teoria ha sì come scopo principale la descrizione del mondo, ma inevitabilmente crea ulteriori mondi nuovi. Completamente inutile? Forse. Comunque è più ricca, crea qualcosa in più nel mondo. Il modello del mondo aggiunge qualcosa di nuovo al mondo stesso. Quello che avrebbe potuto essere, quello che non sarà mai. Teoria scientifica come letteratura, creazione allo stato puro. Il romanzo del mondo. Il cosmo infinito, finito, aperto, in espansione, addirittura un’olografia su basi bidimensionali o una serie di super vibrazioni in undici dimensioni. Il mio sguardo sul mondo lo reinventa.

E lo sguardo su me stessa? Stella recrimina. Tutto già scontato. Probabilmente il modello del mondo umano ha bisogno di modelli umani adatti, non tutti si prestano, un po’ come la materia oscura, che c’è ma non si vede. Non vale la pena di fotografare una fotografia di una fotografia scura (e cioè io). Né di conservarla. L’immagine di un comò vecchio stile con in esposizione tante cornici vuote la assale e la lascia in un pianto rumoroso quanto fastidioso. È proprio il senso di fastidio di se stessa che la spinge di nuovo al lavoro sul computer vicino al suo, pazienza, si lamenteranno ma lo deve usare, non può rimanere in quello stato.

Leggere qualcosa in rete, magari non di lavoro, è una tentazione, perché no? O digitare il nome di qualche vecchio amico per vedere se dal motore di ricerca esce qualcosa… Ogni amicizia è un oggetto stellare a sé stante che qualcuno potrebbe vedere legato in una costellazione, ma è una pura illusione: le costellazioni le vedono gli esterni, perché dall’interno c’è solo il buio intorno… mah. La fatica si fa sentire, ormai è inutile sperare qualcosa di più. Spegne tutto ed esce.

Fuori è limpido, basterebbe alzare lo sguardo per commuoversi davvero, ma sarebbe insostenibile, non ci prova neppure. Sorda a tutto chiude la portiera e accende i fari. Una stella cadente sfiora il filo dell’alta tensione.

©Francesca E. Magni

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