Passaggi di stato [2] di Francesca E. Magni

Il nodo

Il treno non ferma a Cislago. Lungo il finestrino scorre la piccola stazione deserta. Poco dopo si vedono i campi arati e un muretto lungo che li costeggia. Un muro che non termina più. Dura fino alla stazione successiva. Che è Cislago.

Forse mi sono assopita e ho sognato, perché mi accorgo di superare adesso Cislago, sempre di corsa, con la piccola banchina ferroviaria, la fontana. Ecco già la campagna e poco dopo il muro. Il mio scompartimento è quasi deserto, sono le sette di sera, mi rendo conto che siamo un po’ in ritardo. Guardo di nuovo fuori dal finestrino e il cartello blu “Cislago” scorre davanti ai miei occhi. Strano.

Uno senso di angoscia mai provata mi passa per un orecchio e arriva fino al collo, che si irrigidisce. Intanto il treno ha raggiunto i campi e con i campi il muro e con il muro la piccola stazione di Cislago. Mi alzo. Prendo la borsa, cambio scompartimento, come tentativo d’istinto, assurdo, coerente con la situazione.

Cislago irride da fuori, mi siedo e decido di osservare i particolari interni ed esterni, ma non nell’ordine. Fuori la campagna è anonima, non un segno di distinzione, un cane o un fuoco: solo campi arati. Il muro è uniforme, inizia dal campo e finisce a Cislago. Tutto normale, se solo se ne potesse uscire. Dentro ci sono tre passeggeri, uno dorme e due parlano in tedesco. Io non so il tedesco e quello che dorme non mi piace, lo lascio stare. Discutono i due, non guardano né me né il contorno. Ho per fortuna l’orologio, che mi conforta, andando sempre avanti: segna già le sette e venti.Venti minuti nella ripetizione. Incomincio a innervosirmi sul serio. Cerco di fermare il treno con l’apposita manopola, ma è bloccata, i due tedeschi si interrompono un attimo per guardarmi, poi uno riattacca la discussione e io perdo di nuovo valore per loro. Fisso il cielo che a quest’ora già tende al blu scuro, il nero dei campi, il muro, la stazione.

C’è qualcosa che devo vedere e che non vedo, forse è per questo che non ne esco. Mi concentro, studio il percorso più e più volte; cronometro lo spostamento: quattro minuti e dodici. Un ripetersi uguale per quattro minuti e dodici. Anche nel treno si è accesa la luce, sorella dei lampioni là fuori. Sono le otto meno un quarto e il paesaggio non vuole decidersi a cambiare. Maledizione, impreco contro le ferrovie, piango. E’ agghiacciante che quell’imbecille continui a dormire lì di spalle, con le cuffie che emettono un brusio martellante senza senso. Ho fame, trovo qualcosa in borsa e mastico. Non posso fare assolutamente nulla. Non riesco ad aprire il finestrino, non ho voglia di cambiare scompartimento, anzi mi accorgo di avere paura a farlo. Sono in preda al terrore. Sento come un occhio sulla mia testa che mi osserva. Resto immobile e mi fisso le mani. Con la coda dell’occhio intanto vedo il muro.

Tanto per fare, cerco una spiegazione razionale, con la speranza di riuscire a calmarmi, almeno per un po’. Mi chiedo se questa situazione possa essere fisicamente possibile, cioè, lo so che è possibile, visto che ci sono dentro, ma mi chiedo se potrebbe essere credibile. Ho studiato il concetto di spazio-tempo, ma se ben ricordo, i fenomeni più assurdi riguardavano sempre oggetti piccolissimi, intangibili, quelli con l’etichetta “quantistico”. Nulla di ciò per quanto riguarda le nostre dimensioni. L’idea di essermi rimpicciolita così tanto, ben più di Alice, mi sembra una spiegazione ancora più assurda. E’ evidente che non ho studiato tutto, che ho delle lacune, come ad esempio quei famosi ponti fra un universo e l’altro, i forse si chiamavano tunnel… Sì, ma qui l’universo è Cislago e quel maledetto muro. L’universo è incappato in un binario chiuso, come se lo spazio si chiudesse in una piccola cerniera che si percorre tutta in soli quattro minuti e dodici. Proprio poco per un universo credibile. Un sotto-universo, un nodo dello spazio che però non disturba lo scorrere del tempo. Chissà se qualcuno lì in stazione ha notato che ogni quattro minuti circa passa sempre lo stesso treno. Chissà se lì, a piedi, ci si riesce ad allontanare, o se anche loro sono condannati a vedere per sempre dopo il muro, la stazione. Condannati per sempre allo stesso binario. E chissà quelli prima di Cislago, seduti ai loro posti, che aspettano che il loro treno riparta, loro che sono fermi in mezzo a un campo, penseranno al solito ritardo, senza nessuna angoscia, senza paura. E’ normale restare fermi davanti alla stessa scena. Lo strano è muoversi davanti alla stessa. Questo ritardo potrebbe essere la prova dell’esistenza del nodo, ma nessuno lo sospetta.

Ora sono spossata, esausta di passaggi logici. Penso un attimo al fatto che invece di dare per scontato la realtà delle cose, forse dovrei invece fare un passo indietro. Pensare alla mia sicurezza di essere su un treno, che quello là fuori sia un muro, che io stessa sia me stessa, al fatto di essere sicura di avere un cervello. Che invece tutto potrebbe essere stato fin dall’inizio, tutt’altro. Tutt’altro fin dalla mia nascita. Una musica sempre presente e che ora si interrompe. Il segno che tutto quello che credevo di percepire era invece altro.

© Francesca E Magni

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