Passaggi di stato [1] di Francesca E. Magni

Questione di vita o di morte

E poi dicono che la matematica non serve a nulla. Alice Muro è incollata allo schermo, marmorea. Puntini verdi e rossi scorrono su due liste verticali lungo la mappa del mondo che si offre dinamica ai suoi occhi. È la simulazione in tempo reale di quanti esseri umani muoiono e nascono sul nostro pianeta.
Numero verde, i nati. Numero rosso, i morti. Un semaforo senza intervalli. Ogni puntino precipita verso il basso insieme al nome del Paese, sottile e veloce, troppo veloce. Nasce adesso in Giappone, dove? Sparito già, sotto agli altri che spingono da Paesi lontani o vicini. Muore a Udine, Italia, precipita verso l’abisso sotto il peso dei successivi dieci e dieci.
Scorrono di più i nati, nel precipizio del video, perché la popolazione mondiale aumenta: ecco i miliardi sotto ai nostri occhi, più di sette, che lievitano istante dopo istante. La scritta vicina ricorda che da quando la simulazione è iniziata, data e ora, sono morti tot e nati tot: impressioni digitali di fatti reali, l’insieme di tutti i fatti estremi, nascite e morti.
Solo così le sembra di essere dentro alla contemporaneità.

Nascita e morte che si susseguono anche quando Alice esce di casa, sale le scale del museo, osserva bacheche ricoperte di vetro o fatte di materiali plastici capacitivi, per essere toccate, spostate di immagini nell’immobilità fisica. Esplora con i polpastrelli fattisi pensiero in azione e studia il passato, la geologia incastonata di tracce umane.
La simulazione però l’accompagna come un’eco di sirena che la richiama al presente. Quello che succede di altro perde consistenza, rimane come in ritardo, stravolto dal ciclone in atto di rigenerazione e catarsi dell’intera specie umana. L’io singolo di Alice svanisce nell’io globale cangiante come i più bei colori delle pozze d’olio iridate. Sulla superficie, onde. Un ribollire magmatico, il vulcano del ciclo vitale. Una danza verso il dilagare, lo spargersi intorno, finché morte non ci separi.

La vertigine del molteplice apparire e sparire di esseri umani, che sembrano tutti estranei, sconosciuti e lo sono fino a prova contraria, cattura Alice senza via di scampo. Il quotidiano si allontana, si stacca da ogni parvenza di necessità, è alieno, inudibile, finito. L’unica grande realtà che la cattura è la matematica predittiva che registra dati reali e li rende palpabili, letali.
Che di morte si tratti è palese. Alice non parla più, non vuole distrarsi, deve avere il tempo di accorgersi, di percepire quello che succede, anche se è troppo per le sue sole forze, per le sole forze di chiunque. Molto aumenta, un po’ meno sparisce, ma non sono puntini… sono uomini, donne, bambini. Come fronteggiare un tale eccesso?
Perché avete progettato una tale diavoleria? Credete di aumentare il grado di coscienza del singolo con le vostre maledette cifre?

Alice ama la matematica per il suo stile altro, il suo linguaggio a incastro, la pace che emana quando funziona. Ama i risultati ottenuti così come i traguardi e le sfide da conquistare, l’ignoto, la libertà dell’inventare e l’eccitazione dello scoprire. La frustrazione che si porta dietro, come un brivido di freddo, lo stridore del dente sotto operazione è anche il motore che spinge a superarla, per cercare di vincere il disagio, la sofferenza. Le grandi domande, i sogni, la fantasia, trovare un metodo rigoroso che funzioni: tutto questo è matematica. Mettere per una buona volta tutti d’accordo. O almeno darne l’illusione per un po’.

Invece questi simulatori vogliono conquistare la nostra attenzione e renderla malata, irretirla con un’operazione che va oltre i nostri limiti, un po’ come fanno i matematici calcolatori, no? Gente anch’essa malsana che si rifugia nella realtà per stravolgerla e manipolarla per i propri fini.
Alice infatti ha finito di vivere, nel senso che aveva prima. Adesso pensa solo in termini acustici allo scoppio e al silenzio di voci che, a seconda dei casi, si fanno sentire per prime o per sempre. E tutti questi puntini, questi “fatti”, sembrano essere legati dal solo momento temporale, l’adesso nel quale accadono insieme (anche se la contemporaneità è relativa, ma alle nostre latitudini e velocità si può trascurare).
Ecco, due esseri umani, legati dal fatto di essere l’uno nato e l’altro morto nello stesso istante. Solo un tipo di incontro è possibile e senza dialogo, per forza di cose. E a che pro un tale saluto? Un passaggio di consegne? Troppo lontani per essere comunicabili, lingue diverse, usi poco compatibili, differenze palesi.

E tu, spettatore, tu donna Muro, alla finestra di tali boati, in fondo li stai spiando, loro non sanno quello che sai tu, forse nemmeno li interessa. Un’ossessione, è bene definirla, un’ossessione fine a se stessa.
La matematica usata al fine dello spettacolo, per aumentare il numero di visitatori, di contatti, di accessi. Un’ottima trovata pubblicitaria da non prendere sul serio come l’ennesimo giochino social e barocco.

Alice non si capacita di poterlo liquidare così. Forse si illude di raggiungere uno stato profondo di coscienza sulla sua e nostra realtà presente. Forse lo scorrere dei numeri la porterà a un pensiero su tutti noi, globale, di specie. Come un giudizio di valore sulla sovrappopolazione o un salto della propria visione del mondo. L’organismo sociale terrestre si accresce come un universo in espansione, possiamo stare tranquilli che non si estinguerà per mancanza di nuovi elementi. Anzi forse sarà proprio l’eccesso a provocarne il collasso, come un cancro. L’assassinio, la guerra, allora potrebbero diventare veloci soluzioni per la sua salvezza: ecco il mutamento del giudizio di valore ipotizzato prima. Oppure la coscienza del nostro numero porterà qualcuno a insistere su un modo di convivere più umano che sia veramente utile a tutta la specie, come la nuova visione del mondo di Henry Laborit, per esempio, come l’organizzazione anarchica.

Qui trovate la simulazione.

© Francesca  E. Magni

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