ParoleNote [1] di Paolo Gerbella

INSISTI

 

Il primo accordo è stato il DO, non per ragioni tecniche ma proprio per quella disciplinata abitudine a seguire l’ordine delle cose: ordine e cose decise da altri, naturalmente.
La prima nota è DO poi segue il RE e così via.
L’indice della mano sinistra va sulla seconda corda, il medio sulla quarta, l’anulare sulla quinta, anzi, l’anulare sulla sesta e il mignolo sulla quinta.
Schiaccia forte con la punta del polpastrello, mi si dice, forte, dito per dito, corda per corda; non piegare il polso all’interno, ma all’esterno, distanzia bene le dita tra loro e con la mano destra scorri su tutte le corde all’altezza del buco che c’è sulla cassa della chitarra: dai, prova.
Il risultato è un lamento catarroso.
Insisti, premi quei polpastrelli.
Catarro puro, dolore tra un dito e l’altro come se si strappassero i tendini.

Insisti.

Ogni momento è buono per provare: ore e ore.
In qualsiasi luogo, sul letto con la schiena ricurva e la chitarra sdraiata sulle cosce per fare meglio presa con le dita, su una sedia in cucina, nel cesso sulla tazza: ovunque.
E sempre quel suono catarroso.
La mano destra che posiziona le dita della mano sinistra cercando di bloccarle perfettamente al centro del tasto così che non tocchino la parte in metallo che confina il tasto.
Niente… l’indice scivola verso il medio, anulare e mignolo si sdraiano sulle corde.
Catarro.

Insisti.

Giorni interi e tu lì a smadonnare con le dita, con i polpastrelli, con la schiena.
Allunga le dita, mi dicono, che consiste in una sorta di tortura alle mani.
Ci si avvicina al bordo di un tavolo e si appoggia il polpastrello del pollice con forza, quindi si allarga la mano e si appoggia più lontano possibile il mignolo con la stessa modalità poi si schiaccia verso il bordo sino a che pollice e mignolo non siano perfettamente allineati.
Quindi si ripete l’operazione: pollice- indice, pollice-medio, pollice-anulare.
Dolore.

Insisti

Dopo giorni e giorni ti sembra la mano di un altro, il granchio di una ruspa da demolizione auto.
Posizioni il mignolo sulla seconda corda e premi: senti come una lama attraversarti. Va bene, si forma il callo.
Posizioni le altre dita del benedetto DO e tutte incredibilmente stanno al loro posto al centro del tasto.
Con la destra scorri tutte le corde.
Tosse.
Il catarro è scomparso… tosse un po’ secca: di suono non se ne parla.

Insisti.

Dita, corda, allungamento, callo, dita, allungamento, corda, callo.
Tosse.

Insisti.

Tosse, un po’ meno secca, un po’ meno frequente.
Sembra un suono… suona così il DO?

Insisti, insisti.

SUONA!
Suona per dio, suona! Di colpo, come un regalo, una mattina sulla tazza del cesso con la chitarra sull’uccello, il premere di quelle quattro dita e lo scorrere dell’altra mano, generano un suono; un suono chiarissimo che puoi accompagnare con la bocca: « Dooooo…»
Cazzo!
Quasi un orgasmo!
Suona.
I polpastrelli ormai sono un blocco solido come le cartilagini di un pollo, quelle che succhi con avidità a fine pasto. S’appoggiano sulle corde e lì restano.
C’è ancora il problema della velocità… fare in maniera che quelle dita vadano su quelle corde in autonomia, senza induzioni particolari o tentennamenti.

Insisti.

Giorni, ore… insisti.

Eccole… le dita ora vanno da sé. Sembrano mucche alla mungitura.
Pensi DO e le dita vanno lì, da sole, maggiorenni sfrontate e il suono è finalmente il suono.
Ho vinto!
Ora passiamo al RE.
Ho tredici anni: c’è tempo.

© Paolo Gerbella, 2018

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