Oblò [1] di Chiara Munda

© ph. C.Munda

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BRAVA RAGAZZA LA MARTA

Sono sulla 91 e ho caldo. Indosso il cappotto pesante e la sciarpa bianca, quella di lana grossa; il cappotto l’ho slacciato appena salita sull’autobus, ma la sciarpa non riesco a toglierla perché non c’è spazio.
In piedi di fianco a me ci sono due signore sulla cinquantina, una magra coi capelli lunghi e neri, l’altra bionda, leggermente riccia, un paio di occhiali bianchi e rossi sul naso; la prima dice che non capisce, si lamentano tutti che non c’è lavoro, ma quando glielo proponi lo rifiutano. «Non trovo nessuno per sostituire la Marta». «Brava ragazza la Marta», replica la sua amica, «Brava ragazza» le fa eco la mora. Aggiunge che propone stipendio e buoni pasto, ma niente, nessuno si offre. Lo dice con aria di rimprovero. L’altra risponde con esagerata approvazione, come se provasse un perverso piacere nel denigrare i disoccupati che non vogliono lavorare, come se si togliesse un peso. La mora racconta che ha chiesto all’Alberto, il figlio della Carla, non quello coi tatuaggi, il grande, quello che ha fatto l’università strana, lo Ior, no, non lo Ior, lo Iulm, che lei non l’ha capito tanto bene in cosa si è laureato, ma è da due mesi che è a casa e non fa una mazza.
Io tento una manovra per allontanarmi la lana dal collo, il tessuto mi punge la pelle; la bionda annuisce forte e risponde all’amica che se uno non ha voglia di lavorare, non ha bisogno di guadagnare, è comodo farsi mantenere dai genitori, «Inutile cercare scuse!», dice così e l’autobus frena di colpo. Forse l’autista voleva enfatizzare la sentenza. La bionda si aggrappa al sedile, vacilla solo leggermente, l’altra mi rovina addosso. Si rialza, mi guarda e sorride «Scusi» mi dice e io non dico niente. Continua dicendo che non ci vuol niente a fare il lavoro della Marta, è solo rispondere al telefono e fare fotocopie, bastano volontà e determinazione, non ci sono scuse, non serve una laurea. La bionda si sistema gli occhiali, li solleva con l’indice e il medio dall’asticella destra, poi scuote la testa.
«Quando entra in maternità?»
«Finché può lavora e dopo il parto tornerà presto. »
«Brava ragazza la Marta!»
«Brava ragazza!»
Continua spiegando che la Marta è proprio una brava ragazza, ha voglia di lavorare e sa che la ditta ha bisogno di questo, di ragazzi volenterosi e flessibili, non di gente che non vede l’ora di stare a casa; la Marta lavora sempre, anche quando è malata prende un’aspirina e viene in ufficio, accoglie i clienti e sorride sempre, se serve portare i caffè, porta i caffè, se serve riordinare le scrivanie, riordina le scrivanie; «Io queste cose le vedo, c’è poco da fare!»
Poi la bionda prenota la fermata, deve scendere, è arrivata al negozio, deve comprare un bambinello Gesù e un San Giuseppe, quest’anno il presepe sarà ancora più bello del solito, dice così e l’amica la segue; l’autobus sbuffa e si ferma, loro scendono in fretta e accendono una Muratti sul marciapiede, le vedo dal vetro appannato. Approfitto dello spazio per togliermi la sciarpa, ho ancora tre giri di lana intorno al collo; il pullman chiude le porte e riparte, io osservo le due amiche diventare puntini lontani; mi chiedo perché un ragazzo dovrebbe laurearsi per fare un lavoro che è solo rispondere al telefono e fare fotocopie e mi tolgo un giro di lana dal collo. Perché una ragazza incinta, che rinuncia a lavorare giusto il tempo di partorire o poco più, sia un’eroina e non una schiava. Mi chiedo perché una che va in ufficio a fare caffè piena di aspirina sia una brava ragazza e uno che ha delle aspirazioni un lavativo. Mi chiedo perché rinunciare ai propri diritti e alle proprie ambizioni sia un vanto. Mi chiedo questo e mi libero il collo da un altro giro di lana. L’autobus gira a destra, le signore non si vedono più. Mi tolgo la sciarpa e respiro un po’ meglio. Ma ormai ho la pelle irritata.

© Chiara Munda, 2016

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