Non sapevo che passavi [5] di Stefano Domenichini

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CHUCK BERRY
(Roll Over Beethoven)

L’International Hotel di Las Vegas apre nel 1969. Due anni dopo prende il nome di Las Vegas Hilton. Al netto di aria condizionata, sprechi e cafonaggine, è un posto buono per ascoltare musica. Ci suonano i più grandi. Elvis Presley ci abita pure, in una suite che funzionerebbe come camera di tortura per gli spartani, soprannominata Penthouse.

Una sera Elvis è scatenato. Una palla di fuoco che si piega, salta, si scuote come se fosse ancora bambino, nella stamberga di Tupelo. La cosa che salta agli occhi degli spettatori è che Elvis è lì, con loro, sotto il palco. Alla fine del concerto, le acque stupefatte si separano per lasciarlo passare e lui dice a tutti: “Avete appena visto il Re del Rock and Roll”.
Come se Dio uscisse da un sermone di Allah e dicesse “Ascoltatelo, è un grande”. Allah quella sera è Chuck Berry, un nero che ha passato abbondantemente la quarantina. Si è fatto parecchi anni di riformatorio e galera, e altri ne avrebbe fatti negli anni a venire. Niente a che fare con la sregolatezza. Chuck non si droga, odia gli ubriachi. Molto a che fare con il genio. Quando si mette a suonare, negli anni cinquanta, assesta il colpo definitivo alle paranoie separatiste assurte a legge genetica anche con riguardo alla musica: una per i bianchi e una per i neri. Il country e il rhythm and blues. Due mondi rinchiusi. Ognuno con le sue radio. E se un bianco è attizzato da Muddy Waters o da Johnny Otis deve comprare i dischi di nascosto.
L’educazione sociale di Chuck Berry è quella di tanti. Nasce da una famiglia benestante di St. Louis il 18 ottobre 1926. Non abbastanza ricco per essere accettato dai ricchi, non abbastanza povero perché i poveri lo considerino uno di loro. Il giovane Chuck sogna una strada alchemica: unire i due mondi, per non restare, per sempre, nel mezzo. Guardando l’America vincente del dopoguerra, crede di trovare la soluzione e ne fa la ragione della sua vita. La soluzione sta nei soldi. La ricchezza come una forma di accettazione universale. Non sarà così facile, ma si sa: quando un demone ti prende, non ti lascia più in pace.
Quando si è bambini, il demone sono le cose che i grandi ti proibiscono di toccare. A casa Berry, è una radio Philco il frutto proibito del piccolo Chuck. Sembra la cupola di una cattedrale, piena di suoni e di voci. Chuck vuole entrare lì, viverci dentro. Ha anche capito che, per farlo, bisogna girare delle manopole. Se lo fai, il mondo esplode in una confortevole eccitazione.
Chuck a scuola va che è una meraviglia e, quando finisce le primarie, ottiene il permesso. Si incolla alla Philco e smanetta le radio dei bianchi, la musica country, quelle parole scandite alla perfezione che parlano di buoni sentimenti, strade infinite e patriottismo rurale. Resta aperta la questione con le sorelle che lo interrompono di continuo perché devono esercitarsi al pianoforte. Come fare per dirgli di lasciar perdere Beethoven?
La carnagione di Chuck gli permette anche di attraversare il fiume, andare nella East St. Louis, dove i locali sono cortine di fumo attraversate dai suoni minacciosi e strascicati del rhythm and blues. Capita di fare brutti incontri. Chuck parte per un viaggio in California con due amici. Rompono l’auto e restano senza soldi. Che si fa? Si telefona a casa? Si prende un treno? Ai tre non sembra il caso. Meglio rubare un’altra auto e fare qualche rapina. Totale: dieci anni di riformatorio. Chuck ne sconta più di tre, esce il giorno del suo ventunesimo compleanno ed entra in fase rebound.
Si mette a lavorare con il padre carpentiere, aiuta la famiglia nell’attività ambulante di fruttivendoli, frequenta un corso di cosmesi e apre un centro di bellezza con la sorella. Ma non basta: la testa a posto prevede l’inesorabile matrimonio. A ventidue anni, sposa Themetta Suggs e mette al mondo due figlie.
Energia ne ha, senza dubbio. Resta il fatto che gli anni passano e Chuck è ancora nel limbo, sempre più impantanato in un fango che genera liquidità, ma allontana l’alchimia. Bisogna allungare la mano e girare la manopola della Philco; un’idea potrebbe essere cambiare la musica.
Chuck trova il tempo di formare un trio e inizia a suonare nei locali. Poi arriva il sodalizio. Il sodalizio è quella cosa per cui c’è uno, di solito un pianista, a cui piace suonare, guadagnare, ma che non vuole rotture di balle. Nel caso specifico, si chiama Johnnie Johnson. Dice a Berry: vieni con noi, anzi, guarda, cambiamo anche il nome alla band, la chiamiamo Chuck Berry’s Trio. Il luogo è il Cosmopolitan Club di St. Louis. Suonano di tutto. Capita così che Chuck, dal palco, veda neri che improvvisano danze country. E capita anche che, a una certa ora, arrivino i bianchi. Perché anche il razzismo ha il suo coprifuoco. Di giorno si intima a Rosa Parks di lasciare il posto sul tram o si chiudono le scuole pubbliche perché la Corte Suprema ha deciso che anche i neri possano andarci, ma di notte…di notte l’ombra assolve, i farisei si mettono il pigiama e gli occhi si annacquano come laghi curiosi. Ci si può appropriare della pelle vietata, in contromano.
A Chuck la cosa piace. I bianchi hanno soldi da spendere. Vale la pena curare la pronuncia, quando si canta per loro. Capita anche che ti chiamino a suonare a Knoxville, in Tennessee, dove non sanno chi sei, ma hanno ascoltato la tua voce registrata, con quella dizione perfetta che solo un bianco. Capita che ti lascino fuori perché, dicono, si sono sbagliati.
Chuck Berry non ci bada più di tanto, le considera seccature. Come lo sono le pagine del Times, le prediche dei bigotti e le certezze dei conformisti che, dopo l’uscita del film Blackboard Jungle (Il seme della violenza), cui fa da colonna sonora Rock Around The Clock di Bill Haley, informano i loro simili che quella musica è a tutta evidenza una manovra destabilizzante di negri, ebrei e comunisti, destinata ad alimentare riti orgiastici e cannibali. Secondo l’autorevole Times, anche la mafia non è estranea alla cospirazione.
Chuck se la ride. Quello che conta è che country e rhythm and blues abbiano trovato il modo di fare un po’ di casino assieme e che adolescenti e ragazzi abbiano già scelto da che parte stare. Un DJ bianco, Alan Freed chiama tutto questo Rock ‘n’ Roll e organizza il primo concerto rock della storia: bianchi e neri assieme, sopra e sotto il palco, per due giorni, a Cleveland. È marzo del ’52.
Chuck sente che è arrivato il momento. Si presenta ai Chess Studios con delle canzoni. Una si intitola Ida May, parla di sesso e automobili, va di corsa, con la chitarra sparata e frenetica e un testo che accende gli animi. Leonard Chess dice che il titolo fa un po’ anteguerra e Chuck lo cambia in Maybellene, come il nome di una ditta di cosmetici che vende bene nel negozio della sorella.

Chuck Berry è dappertutto. Adesso vive nella Philco, nei juke box e in tutti i locali, sale e festival dove lo chiamano per suonare. Le sorelle non lo interrompono più per strimpellare classici. E lui adesso sa come fare a dirglielo: Roll Over Beethoven (and tell Tschaikowsky the news).

In tre anni fa uscire almeno dieci pezzi che raggiungono la vetta delle classifiche (Carol, Brown Eyed Handsome Man, Sweet Little Sixteen, Too Much Monkey Business, Back In The USA); uno, Johnny B. Goode[3], finisce nello spazio, nel Golden Phonograph Record del Voyager 1, proprio in sequenza a un pezzo di Beethoven.

Chuck Berry fa tutto da solo. È il primo a scrivere anche i testi delle canzoni, curando la metrica come un’appendice della matematica, materia in cui primeggiava a scuola. Non vuole agenti, perché costano e rubano. Tratta in prima persona e introduce la “clausola Chuck Berry”: metà dell’ingaggio al momento della fissazione della data e metà prima di salire sul palco. Investe in redditizie attività commerciali e compra una tenuta che diventa il Berry Park.
La cosa non piace ai baciapile del Dio bianco. Passi che un negro faccia un po’ di soldi sculettando e gorgogliando oscenità, ma che non scroci quei soldi in alcool, puttane e gioielli vistosi, finendo in un vicolo buio pronto per poter essere bastonato dopo una giornata stressante, è inaccettabile. Fuori da ogni logica.
Un principio basilare delle scienze politiche è che se vi trovate a passare da Topeka, nel Kansas, sfrecciando su una Cadillac in compagnia di una bellissima donna bianca e con una pistola sotto il sedile anteriore, l’unica cosa che vi può capitare è che il Partito Repubblicano vi candidi alle elezioni presidenziali. Con le dovute eccezioni, perché altrimenti, alla fine degli anni cinquanta, l’America avrebbe avuto un Presidente di nome Chuck Berry. Che, invece, nella stessa identica situazione, fu arrestato e rilasciato su cauzione. Passi per la pistola, ma un negro in Cadillac con una donna bianca non si può tollerare, da quelle parti. La donna è francese, si chiama Joan Mathis. A Topeka hanno le idee chiare: bisogna fottere il negro ricco; la donna, pur di uscirne pulita, dirà che è stata violentata. E, invece, lei mette su quell’aria di innocente stronzaggine che solo i francesi, e dice che no, lei era lì in quanto innamorata del negro ricco. Francesi del cazzo, se siamo sbarcati lì da voi per liberavi e la metà dei nostri erano negri, non vuole mica dire che una donna bianca debba innamorarsene, dei negri.
Concetto che andrebbe spiegato anche a una ragazza di Meridian, Mississippi, che due mesi dopo, verso la fine di un concerto di Chuck Berry, sale sul palco e si attacca alle labbra e alla lingua di Chuck come se fosse la soluzione a tutte le malattie. Scientificamente, quel tipo di ragazza ha sempre dei fratelli che hanno sempre dei coltelli. Chuck scappa in un posto di polizia. Nel ’59, in Mississippi, è come se un ebreo fosse scappato da Auschwitz e si fosse rifugiato in un comando delle SS. La cosa più dolce che fanno a Chuck è di sequestrargli l’intero incasso della serata.
Poi ci sono le volte in cui Chuck Berry se le va a cercare. Tipo, quando, tra un concerto e l’altro, si fa un giro a Jerez, in Messico, e rientrando si porta dietro una indiana apache di nome Janice Escalante. Gli piace così tanto che la mette a lavorare come guardarobiera in un suo locale di St. Louis. La ragazza però si annoia e, di giorno, vende le sue grazie in un albergo della città. Quando viene arrestata, la Polizia si accorge che Janice non è registrata ad alcuna anagrafe per cui risulta facile sostenere che abbia non più di quattordici anni. Chuck Berry viene giudicato colpevole di aver trasportato un minore da uno Stato all’altro per scopi immorali. Ci vogliono due processi, perché nel primo il giudice mostra una raffinata parzialità, rivolgendo a Chuck Berry l’appellativo “This Negro”.
Chuck esce dal carcere il giorno del suo trentasettesimo compleanno, giusto in tempo per far causa ai Beach Boys la cui Surfin USA è sfacciatamente copiata da Sweet Little Sixteen. Tornerà in galera nel 1979, colpevole di evasione fiscale e avrà di nuovo guai dieci anni dopo, per aver installato videocamere nascoste nei bagni femminili di un suo ristorante di St. Louis. È già il nuovo secolo quando vince una causa contro il suo amico di sempre, Johnnie Johnson, che pretendeva da lui diritti d’autore. Anche pagare avvocati per tutta la vita è uno status symbol, e Chuck Berry non se l’è fatto mancare.
E Themetta Suggs? Chuck Berry è ancora vivo e, se gli chiedete di lei, vi dice che è l’unico amore della sua vita e che non l’ha mai lasciata. Elvis gli darebbe una pacca sulle spalle e gli direbbe: «così è un po’ comoda, Chuck».

© Stefano Domenichini, 2016

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